“Non chiamateci quote rosa”: il grido di 40 giornaliste che scuote il mondo dell’informazione

Il viaggio contro le discriminazioni della giornalista Valentina Cristiani

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Il silenzio, finalmente, si è rotto. Con coraggio e determinazione, Valentina Cristiani ha dato vita a un’opera che non è semplicemente un libro, ma un manifesto collettivo, un grido che unisce le voci di quaranta giornaliste pronte a svelare senza filtri le discriminazioni, i pregiudizi e il sessismo che ancora inquinano il mondo dell’informazione italiana. “Non chiamateci quote rosa”, edito da Pathos Edizioni, è un libro-inchiesta che rompe un fatale muro di omertà.

La penna sapiente di Cristiani, giornalista pubblicista bolognese e genovese d’adozione, non sta solo nell’aver raccolto queste preziose testimonianze, ma nell’aver orchestrato un mosaico di voci che, pur nella loro diversità, raccontano una storia comune: quella di donne che ogni giorno devono dimostrare il doppio per essere considerate la metà. Come scrive nella prefazione Giorgia Rossi, volto noto di Dazn, citando un’affermazione che risuona come un mantra attraverso tutte le pagine del volume: “La determinazione è l’unica chiave, gli altri riconoscono la bravura e magari la bellezza. Ma solo noi siamo in grado di lottare davvero per un obiettivo che possa essere il più meritocratico e rispettabile possibile”.

Un problema culturale prima ancora che professionale

Il libro non si limita alla denuncia, ma si propone come un invito al dialogo e alla costruzione di un futuro migliore. Le autrici e le testimoni sono concordi: le leggi e le riforme non bastano per sradicare queste problematiche. È indispensabile un profondo cambiamento culturale che parta dalle fondamenta, a cominciare dalla scuola. Questo libro è un manifesto per un giornalismo più equo, inclusivo e rispettoso, libero da stereotipi e discriminazioni, che possa fungere da motore per una società più giusta per tutti.

Paola Ferrari, nota giornalista Rai attualmente impegnata nella conduzione delle trasmissioni sui Mondiali di calcio, nell’introduzione del volume, traccia una parabola personale che diventa storia collettiva: “Un tempo, circa 30 anni fa, il calcio era un pianeta dominato dall’uomo, inteso come maschio dominante, proprietario assoluto e incontrastato. Le realtà giornalistiche della carta stampata, delle radio e delle televisioni erano loro territorio. Scrivere, parlare di calcio, era impensabile, farlo con autorevolezza una chimera”. Ferrari ricorda come l’unica a provarci fu Rosanna Marani, prima donna a scrivere sulla prestigiosa Gazzetta dello Sport, voluta dal grande direttore Candido Cannavò

Il doppio standard: quando la bellezza diventa un’arma a doppio taglio

Uno dei temi più ricorrenti che emerge dalle testimonianze è la contraddizione intrinseca che le giornaliste devono affrontare quotidianamente: da un lato, l’aspetto fisico viene spesso considerato un requisito fondamentale per apparire in televisione; dall’altro, la stessa bellezza diventa il principale ostacolo alla credibilità professionale.

Simona Marchetti, giornalista che attualmente collabora con il Corriere della Sera, racconta senza filtri questa dinamica perversa: “Essere una donna e fare la giornalista è come mettersi nei guai da sola”. Con oltre trent’anni di carriera alle spalle, Marchetti spiega come il primo pensiero di calciatori e colleghi sia sempre stato “ci provo”, e come la sua professionalità fosse costantemente messa in discussione: “Se sei una donna non puoi capire niente di calcio perché non hai mai giocato a calcio, come se tutti i miei colleghi fossero dei Cristiano Ronaldo”. E ancora: “Se esprimi un giudizio su un calciatore deve essere necessariamente vincolato all’aspetto estetico. Ad esempio se io dico che Cristiano Ronaldo è un campione, mi guardano e dicono ‘Ok, solo perché è bello'”.

La stessa dinamica viene raccontata da Gaia Brunelli, telecronista Sky: “A volte mi mettevo la cuffia sui campi e mi chiedevano di fare una prova. Dicevo: ‘Prova prova, benvenuti allo stadio…’ e dall’altra parte mi dicevano ‘Quando arriva il telecronista ci avvisi…’ e rispondevo: ‘In realtà il telecronista sarei io…'”. Brunelli aggiunge un elemento di riflessione amaro: “Tutt’oggi mi arrivano ancora messaggi in cui dicono: ‘Vai a fare i piatti, stai in cucina…'”.

Il prezzo della disobbedienza: quando dire “no” costa la carriera

Una delle rivelazioni più sconcertanti del libro riguarda le conseguenze che le giornaliste subiscono quando rifiutano le avance dei superiori. Chiara Sani, conduttrice televisiva, attrice e regista, racconta: “Puoi essere anche George Clooney o Brad Pitt ma io ti respingo, perché già il ‘modus’ è bizzarro. E poi, già che gli dicevo di no, mi ritrovavo ad avere dei grossi problemi di lavoro dopo, perché mi licenziavano. Magicamente all’improvviso non avevano più bisogno di me”.

Sani, che ha iniziato come giornalista sportiva a Italia1 Sport con le trasmissioni Pressing e Calciomania, sottolinea anche il problema delle colleghe che accettano compromessi: “C’è anche da dire, e qui sparo una lancia contro, che ci sono delle donne che invece non si fanno tutti questi scrupoli o problemi e accettano l’approccio, quindi l’avance, perché la fa il datore di lavoro e quindi permette di avanzare nel lavoro. E queste donne che accettano questi comportamenti hanno poi creato una cattiva abitudine da parte di questi personaggi di potere”.

Francesca Lagoteta, già giornalista di LaC News24, offre una testimonianza simile: “Troverai il coraggio di mandare a quel paese il maschietto di turno che ti propone di andare a letto con questo o con quello per ‘arrivare prima’. L’ho fatto, ho fatto anche questo (più volte). Li ho mandati a farsi benedire uno dopo l’altro… poveracci!”.

La rivalità tra donne: un problema da non sottovalutare

Un tema delicato che emerge con forza dalle pagine del libro è quello della rivalità e dell’invidia tra colleghe. Alessia Manocchio, giornalista sportiva, riflette: “Basti pensare alla competizione e alla voglia di prevaricare che nasce proprio tra donne. In un mondo in cui la solidarietà femminile dovrebbe essere la parola d’ordine, purtroppo ancora oggi giorno ci si ritrova a dover combattere quotidianamente contro ripicche e diffamazioni vicendevoli”.

Claudia Marrone, redattrice di TuttoMercatoWeb.com, racconta un episodio particolarmente doloroso: “Screditare inventandosi fandonie di ogni genere è più comodo e semplice: ne sa qualcosa una donna che credevo amica, prima ancora che collega. Nonostante il mio enorme supporto in un momento di difficoltà che ha vissuto, comprensivo del trovarle collaborazioni, ha pensato bene di intromettersi in una mia conoscenza amorosa che anche lei aveva ‘messo nel mirino’, raccontando bugie di ogni tipo, lavorative e personali”.

Stefania Secci, giornalista investigativa, aggiunge: “Nell’ambiente giornalistico ho visto donne ben disposte a colpire una collega nei punti più deboli, pur di vederla fallire. Tanti pregiudizi e falsità, arrivando addirittura a inventare delle storie con l’intento di screditare l’altra”.

Quando le molestie diventano “normali”: storie di violenza e sopraffazione

Il libro non risparmia al lettore racconti di presunte molestie subite sul luogo di lavoro. Eleonora Tacconi, presentatrice e opinionista TV, descrive un episodio sconvolgente: un signore, dopo una partita Verona-Fiorentina, le ha schiaffeggiato il sedere in diretta TV. La sua reazione è stata lucida e coraggiosa: “Con tanto di microfono in mano gli ho fatto pure l’intervista: ‘Dato che sei un fenomeno e hai il coraggio di tirarmi uno schiaffo sul culo in diretta, ti fai almeno vedere in faccia o hai paura della figura di merda che potresti fare?'”.

La risposta dell’uomo è un concentrato di tutti gli stereotipi misogini: “Hai i pantaloni aderenti, è stato spontaneo. Sei una giornalista, vestiti da tale. Tanto qui siete solo fighe ma non competenti in materia”.

Bianca Chiriatti, giornalista professionista leccese, racconta un episodio altrettanto grave: durante una conferenza stampa, un personaggio importante “volle salutarmi – inaspettatamente e senza alcun motivo – con un bacio sulla guancia e una solida pacca sul sedere”. E quando lo raccontò al caposervizio che l’aveva mandata lì, tutto quello che fu capace di dirle fu: “Embè?”.

La gavetta e lo studio: l’unica arma per farsi valere

Nonostante le difficoltà, tutte le testimoni concordano su un punto: l’unica via per affermarsi è lo studio, la preparazione e la professionalità. Alessandra Giovazzi, giornalista professionista, racconta: “La forza la dobbiamo trovare dentro di noi, lavorando su noi stesse. La chiave è la fatica, l’applicazione, mettersi sempre in gioco, prepararsi, studiare, essere pronte, è questo che fa la differenza”.

Giada Giacalone, giornalista sportiva Sportitalia, che rappresenta una delle voci più positive del libro, dichiara: “Ho sempre pensato che il tempo sia galantuomo e che il telespettatore vada al di là dei pregiudizi molto più di quello che pensiamo. Conosco solo una strada che è quella dello studio, quello quotidiano. La ragazza bella che può solo leggere una classifica appartiene al passato”.

Cristiana Buonamano, conduttrice SkySport, offre una riflessione che riassume il pensiero di molte: “Amare il giornalismo, essere appassionati di sport non può e non deve bastare. Competenza, ricerca, sviluppo della capacità di analisi e molto altro ancora sono componenti indispensabili del mio bagaglio… mai mi sono fermata a pensare che, essere una donna, potesse rappresentare un freno, un vincolo invalicabile”.

Le isole felici e gli alleati preziosi

Il libro racconta anche esperienze positive, dove le giornaliste hanno trovato ambienti di lavoro rispettosi e colleghi che le hanno sostenute. Manuela Bresciani, giornalista ed event manager, riconosce: “Potrei dire, rispetto a tante altre colleghe, ho avuto la ‘fortuna’ di cimentarmi in un campo maschile fin da bambina, affiancando mio papà, fondatore lui stesso della Nazionale Italiana Artisti Tv nel lontano 1987, e vivendo fin da piccola le dinamiche di campo”.

Cristina Lucarelli dedica un commovente ringraziamento a Roberto Monforte, collega che l’ha aiutata e sostenuta senza secondi fini: “È stato quello che mi ha aiutato a farmi i primi contatti, quello che ha saputo correggermi ogni qualvolta ce ne sia stato bisogno, ma mai con spocchia o superbia, sempre come un fratello maggiore, per guidarmi e farmi migliorare”.

Federica Fossi, che ha fondato una squadra di calcetto femminile, sottolinea: “Fortunatamente, ho incontrato anche uomini che, in questo mondo a volte marcio, mi hanno sostenuto e valorizzato per il mio lavoro e le mie capacità, piuttosto che per il mio aspetto fisico o il mio genere. A loro va il mio più sincero ringraziamento: hanno dimostrato che, nonostante le avversità, ci sono ancora persone che vedono in me una professionista, non solo una donna nel mondo del calcio”.

La postfazione: Federica Cappelletti e la speranza nel futuro

A chiudere il volume è la postfazione di Federica Cappelletti, giornalista e Presidente della Divisione Serie A Femminile Professionistica, che traccia un bilancio ottimista ma consapevole: “Il fatto che una giovane giornalista in carriera, per di più di bella presenza, si approcciasse con grinta, caparbietà e professionalità a questi mondi ritenuti inviolabili mi ha creato qualche invidia intorno e a volte qualche antipatia. Ma non mi sono mai lasciata convincere o limitare da certi pregiudizi”. Cappelletti conclude: “Noi siamo determinazione, resilienza, capacità, professionalità, coraggio, bellezza in tutti i sensi. Prima o poi riusciremo a eliminare gli stereotipi di genere e i luoghi comuni. Siamo sulla strada giusta, anche se c’è ancora da camminare”.

Un messaggio per le nuove generazioni

“Non chiamateci quote rosa” è anche un libro che guarda al futuro, offrendo consigli e incoraggiamento alle giovani che desiderano intraprendere questa professione. Marialuisa Jacobelli, giornalista Mediaset, elenca cinque punti fondamentali: studiare e prepararsi, mantenere un comportamento professionale, cercare il supporto di mentori, rispondere con i fatti ai pregiudizi, essere flessibili ma ferme sui propri valori.

La dedica finale di Chiara Trabalza, riportata nelle ultime pagine, potrebbe essere il manifesto di tutto il volume: “Un abbraccio alla bambina che ero, timida e insicura. A quella bambina delicata e sensibile che ha pianto, ha sofferto, si è sentita sola. Un abbraccio alla donna che sono diventata, testarda e imperfetta ma sempre sincera, guerriera con il cuore sempre troppo scoperto. Alla donna che sta cercando di perdonarsi e che non smette mai di sognare”.

Sensibilità e rigore

“Non chiamateci quote rosa” è molto più di un libro-inchiesta: è un atto di coraggio collettivo, una testimonianza necessaria che rompe il silenzio su una realtà troppo spesso taciuta. Valentina Cristiani, con sensibilità e rigore, ha orchestrato le diverse narrazioni offrendo uno spaccato autentico e profondo di un settore che, nonostante le apparenze, è ancora lontano da una reale parità di genere.

Il libro è disponibile in tutte le librerie e sulle principali piattaforme online. Un’opera potente e necessaria che, come scrive nella prefazione Giorgia Rossi, ci ricorda che “si può cadere e non solo dai tacchi a spillo, ma ci si deve rialzare. Perché abbiamo scelto che la nostra vita è raccontare il calcio. Un mondo nel quale, se anche si perde brucia ma, domani, si può comunque arrivare ad essere campioni proprio come nella vita”.

In un’epoca in cui il dibattito sulla parità di genere è più acceso che mai, questo libro rappresenta un contributo fondamentale per comprendere le dinamiche di un settore che, attraverso lo sport e l’informazione, riflette e spesso amplifica le contraddizioni della società italiana. Come scrive Federica Cappelletti nella postfazione, “il pregiudizio nei confronti delle donne esiste in ogni ambito, figuriamoci quello sportivo e del giornalismo sportivo”. Ma il coraggio di queste quaranta giornaliste dimostra che il cambiamento è possibile, e che la strada, per quanto lunga, è già stata intrapresa.

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