EX ILVA, L’AIGI: “PRIMA DI SPEGNERE IL SINDACO CI DICA COSA SI ACCENDERA'”

"Bitetti rischia di passare alla storia come il sindaco sotto il quale si spense l’Ilva. poi?"

279

Qui di seguito una nota dell’AIGI, Associazione Indotto AdI e General Industries.

“C’è un equivoco che nella vicenda ex Ilva conviene sgombrare subito dal campo. Nessuno pretende che il sindaco di Taranto faccia il ministro dell’Industria, compri un’acciaieria o finanzi con il bilancio comunale qualche miliardo di investimenti siderurgici. Ma il Comune non è neppure un comitato d’opinione autorizzato soltanto a dire ciò che non vuole.

L’articolo 13 del Testo unico degli enti locali attribuisce al Comune funzioni amministrative che riguardano popolazione e territorio anche nel settore dello sviluppo economico, naturalmente nel rispetto delle competenze dello Stato e della Regione. Significa che un’amministrazione locale deve avere una propria idea dello sviluppo del territorio, favorirla, organizzarla, creare condizioni, individuare aree, attrarre investimenti, costruire percorsi amministrativi e soprattutto sapere dove vuole portare la propria comunità.

Ed è proprio su questo terreno che l’amministrazione Bitetti mostra la sua maggiore debolezza.

Perché mentre sul destino dell’ex Ilva il Comune ha saputo indicare con grande chiarezza ciò che vuole spegnere, molto meno chiaro è ciò che intende accendere al suo posto.

Oggi non esiste a Taranto un’attività economica già operativa capace di sostituire immediatamente il peso occupazionale e l’indotto del siderurgico. Nell’aprile scorso la proroga della cassa integrazione ha interessato fino a 4.550 lavoratori del gruppo; intorno alla fabbrica ruotano inoltre migliaia di addetti dell’appalto e dell’indotto.

Il MIMIT ha presentato con toni roboanti (o da incantatore di serpenti, secondo i detrattori) il 5 agosto 17 progetti per Taranto e provincia per oltre due miliardi di euro, migliaia di occupati previsti. Sono numeri seri e opportunità da coltivare. Ma proprio quella parola — previsti — separa la prospettiva dalla realtà. Tra un progetto, un’autorizzazione, un cantiere, una fabbrica funzionante e un lavoratore assunto possono passare anni o decenni considerando l’efficientissima burocrazia nazionale. Lo ha detto pochi giorni fa persino Confartigianato Taranto: la crisi è adesso, gli investimenti arriveranno dopo, (noi aggiungiamo “forse”).

È questa distanza temporale che Palazzo di Città avrebbe dovuto colmare con un proprio piano economico di transizione. Non uno slogan. Non una lista di desideri. Un piano.

Il Comune che sa con certezza cosa chiudere

Sul primo punto, invece, Bitetti è stato molto più determinato.

Il 25 luglio 2025, nel suo primo Consiglio comunale, dichiarò che l’amministrazione avrebbe lavorato per la chiusura dell’area a caldo, accompagnando tale obiettivo con la promessa di non perdere occupazione.

Il 31 luglio, dopo avere prima presentato e poi ritirato le proprie dimissioni, arrivò al confronto con il Governo ribadendo che non avrebbe firmato l’accordo proposto e che la decarbonizzazione avrebbe dovuto condurre all’eliminazione dell’area a caldo.

È una posizione politica perfettamente legittima.

Ma c’è un problema enorme: chiudere l’area a caldo non è un programma economico.

È un obiettivo ambientale e industriale. Il programma economico viene dopo e dovrebbe rispondere alla domanda più banale e più terribile di tutte: che lavoro faranno, esattamente, le persone che oggi vivono direttamente o indirettamente di quella produzione?

Su questo la risposta è rimasta molto più nebulosa.

Il funambolo dell’Ilva

La vicenda dell’estate 2025 fotografa bene la difficoltà politica del sindaco.

Il 14 luglio cittadini e associazioni ambientaliste manifestarono sotto Palazzo di Città chiedendo a Bitetti di non firmare l’Accordo di programma e di rispettare gli impegni assunti in campagna elettorale sulla chiusura dell’area a caldo. Il 28 luglio, dopo un confronto con comitati e movimenti ambientalisti e le contestazioni ricevute all’esterno del Comune, Bitetti presentò le dimissioni denunciando una situazione di “inagibilità politica”. Tre giorni dopo le ritirò e tornò al tavolo ministeriale per dire no all’accordo nella formulazione proposta.

È fatto notorio che la coalizione che ha sostenuto la candidatura e l’elezione di Bitetti comprendeva Alleanza Verdi e Sinistra e che Bitetti ha affidato proprio l’assessorato alla Transizione ecologica e all’Ambiente a Fulvia Gravame, già responsabile del nodo tarantino di PeaceLink, iscritta ai Verdi dal 2013 e candidata con Europa Verde/AVS. Gravame, subito dopo la nomina, ricordava inoltre di avere chiesto a Bitetti di essere “coraggioso” sull’Ilva e sottolineava l’impossibilità, a suo giudizio, di sopportare altri anni di produzione di acciaio a carbone ed infatti l’amministrazione poneva la chiusura dell’area a caldo fra i propri obiettivi.

Ma i fatti hanno il vizio di descrivere inequivocabilmente le posizioni.

Ed è sui fatti che Bitetti sembra spesso camminare come un funambolo: abbastanza vicino ai movimenti ambientalisti da assumere la chiusura dell’area a caldo come obiettivo politico; abbastanza prudente da promettere contemporaneamente la salvaguardia di tutti i posti di lavoro; abbastanza distante dal Governo da chiedergli continuamente un piano diverso; ma senza mettere sul tavolo, da Taranto, un piano economico comunale della stessa concretezza con cui si chiede di smantellare il vecchio modello.

La sentenza per la chiusura dell’area a caldo

Il 27 luglio 2026 la Corte d’Appello di Milano ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro novanta giorni, condizionando l’eventuale ripartenza alla rimozione integrale dell’amianto e al contenimento delle polveri secondo le condizioni indicate nel decreto.

Pochi giorni dopo Bitetti ha parlato di una “pietra tombale” sull’area a caldo.

E qui nasce una contraddizione politica che il sindaco dovrebbe finalmente sciogliere.

Area a caldo chiusa o produzione di acciaio green? Sono due cose diverse

Chiudere gli attuali impianti a carbone non significa necessariamente rinunciare per sempre alla produzione primaria di acciaio a Taranto.

Lo dimostra un fatto quasi paradossale: la stessa sera della decisione della Corte d’Appello, Jindal ha confermato il proprio interesse sia per l’area a freddo sia per quella a caldo, prevedendo la realizzazione di un nuovo forno carbon free.

Dunque la domanda per Bitetti diventa inevitabile.

Sindaco, quando parla di “pietra tombale sull’area a caldo”, intende la fine degli attuali impianti a carbone oppure la fine della produzione primaria di acciaio a Taranto?

Perché sono due cose completamente diverse.

La prima posizione può significare: chiudiamo gli altiforni tradizionali, decarbonizziamo e costruiamo una nuova siderurgia.

La seconda significa invece: Taranto esce dalla grande siderurgia e deve trovare un’altra economia.

Non si può stare contemporaneamente su entrambe le sponde.

Eppure ancora il 19 agosto, commentando la manifestazione d’interesse della cordata italiana, Bitetti ha salutato positivamente la prospettiva di riattivazione dell’area a freddo osservando che il fatto stesso che quelle imprese si concentrino sul freddo darebbe per scontato che l’area a caldo non possa continuare. Subito dopo ha ribadito che “la soluzione sta al Governo”, sostenendo che il Comune può fare politiche territoriali mentre gli investimenti maggiori spettano all’esecutivo nazionale.

Ed eccoci al cuore del problema.

Il Governo faccia il Governo. Ma Bitetti faccia il sindaco!

Che gli investimenti miliardari spettino allo Stato è evidente.

Ma è singolare che il Comune rivendichi pienamente il proprio ruolo quando deve opporsi a un modello industriale ed invece sminuisca il proprio ruolo quando bisogna costruire un’alternativa.

Il sindaco dispone di poteri amministrativi, urbanistici, autorizzativi, di pianificazione e di promozione territoriale. La sua Giunta ha perfino un assessore alle Attività produttive con deleghe alla Blue Economy, all’economia di prossimità e ai rapporti con la Regione in materia di sviluppo e occupazione.

E allora dov’è il Piano Taranto post-Ilva del Comune di Taranto?

Non il Tavolo Taranto del MIMIT. Non le intenzioni di Invitalia. Non il Piano Mattei del Governo. Non gli investimenti della ZES decisi altrove. Non la speranza che arrivi Pirelli, Webuild, Renexia o qualcun altro.

Il piano del Comune!

Quali industrie? Quali investitori già contattati? Quanti posti di lavoro anno per anno? Quali professionalità ex Ilva che possano essere riassorbite? Quale cronoprogramma?

Nelle iniziative pubbliche dell’amministrazione emergono proposte su porto, rinnovabili, Blue Economy e Università del Mediterraneo; lo stesso Bitetti le ha richiamate il 19 agosto. Ma non emerge, allo stato, un documento comunale di scala paragonabile alla crisi che quantifichi una sostituzione economica dell’Ilva nei tempi, negli investimenti e nell’occupazione. E’ sbagliato dire che il Comune “non abbia fatto nulla”: sarebbe falso. È, molto più grave, che quanto fatto non costituisce ancora una risposta dimensionata al rischio che Taranto sta affrontando, ovvero di perdere ILVA.

Segare il ramo su cui si è seduti: le ordinanze concrete di Bitetti

Il 14 aprile scorso Bitetti ha firmato un’ordinanza che imponeva la sospensione entro trenta giorni della centrale termoelettrica dell’ex Ilva fino alla presentazione e all’approvazione di un piano di riduzione delle emissioni. L’ordinanza aveva una motivazione sanitaria e il sindaco esercitava poteri che riteneva necessari alla tutela della salute pubblica. Questo va detto con chiarezza.

Ma altrettanto chiaramente fonti vicine al dossier evidenziarono che la conseguenza tecnica diretta dello stop della centrale sarebbe stata la fermata dell’area a caldo, perché senza la centrale non sarebbe stato possibile gestire i gas siderurgici né assicurare una componente fondamentale dell’approvvigionamento energetico dello stabilimento. Il TAR ha poi fortunatamente sospeso l’efficacia dell’ordinanza, prescrivendo comunque gli adempimenti ambientali richiesti.

Ma Bitetti in questo ha illustri predecessori.

Nel febbraio 2020 l’allora sindaco Rinaldo Melucci aveva emesso un’ordinanza che, in assenza della rimozione delle criticità emissive, avrebbe condotto alla sospensione degli impianti. Nel giugno 2021 il Consiglio di Stato la annullò, rilevando la mancanza dei presupposti per l’ordinanza contingibile e urgente; Melucci rispose dichiarando che la battaglia sarebbe continuata fino a un accordo che sancisse la chiusura dell’area a caldo. Nel maggio 2023 arrivò una nuova ordinanza sui picchi di benzene, anch’essa collegata alla possibile fermata degli impianti.

Esiste dunque una continuità politica fra le ultime amministrazioni tarantine: l’utilizzo del potere comunale è stato molto incisivo quando si è trattato di porre condizioni, minacciare fermate o adottare provvedimenti capaci di incidere sulla continuità produttiva della ex ILVA.

È molto meno facile trovare la stessa forza amministrativa in un progetto economico alternativo già pronto a prendere il posto di ciò che si vuole fermare.

Questa asimmetria è il vero problema.

Si sega il ramo con atti amministrativi concreti e immediatamente efficaci, mentre il ramo nuovo viene affidato a tavoli, prospettive, richieste al Governo, investitori da trovare e occupati “previsti”; “fuffa” direbbero le malelingue.

I Giochi del Mediterraneo non sono un piano industriale

E poi ci sono i Giochi del Mediterraneo.

Sono un grande evento. Hanno portato infrastrutture, riqualificazioni, visibilità internazionale e investimenti pubblici. Il Governo ha stanziato 300 milioni di euro: 275 milioni per infrastrutture sportive e 25 milioni per l’organizzazione della manifestazione che si svolgerà dal 21 agosto al 3 settembre.

Benissimo. Ma uno stadio ristrutturato non è un’acciaieria. Un palazzetto dello sport non è una filiera industriale.

Quattordici giorni di competizioni non sono migliaia di buste paga permanenti.

I Giochi possono cambiare l’immagine della città, migliorare infrastrutture e creare una preziosa eredità urbana. Non possono essere spacciati per la risposta economica alla possibile scomparsa della più grande industria della città.

Il giorno dopo la cerimonia di chiusura resteranno gli impianti sportivi. Ma resteranno anche le famiglie dei lavoratori, le aziende dell’indotto, gli artigiani, i trasportatori, i manutentori e una città che dovrà continuare a produrre reddito per altri cinquant’anni.

Bitetti e il Comune che attende (che decidano gli altri)

Ed è qui che ci permettiamo una critica all’amministrazione Bitetti, politica prima ancora che industriale.

L’impressione che restituisce questo primo anno è quella di un Comune che attende gli eventi più di quanto li determini.

Attende il Governo, attende il MIMIT, attende gli investitori, attende la Regione, attende i giudici, attende il prossimo tavolo.

Poi, quando uno di questi soggetti prende una decisione, chiede “certezze”, “garanzie”, “investimenti”, “alternative”.

Sono richieste sacrosante. Ma governare una città non significa soltanto chiedere agli altri che cosa intendano farne.

Bitetti ieri ha detto: “Il Governo deve dire cosa vuole fare di Taranto e per Taranto”.

Ma questa frase sarebbe meglio leggerla al rovescio:

Il sindaco deve dire cosa il Comune di Taranto vuole fare di Taranto.

È questa la domanda alla quale manca ancora una risposta della stessa nettezza utilizzata quando si parla di chiudere l’area a caldo.

Politicamente, questa è un’amministrazione che rischia di dare l’impressione di tirare a campare, cercando l’equilibrio del giorno: un passo verso i comitati, uno verso il Governo; la chiusura dell’area a caldo, ma senza licenziamenti; la siderurgia da superare, ma senza dire chiaramente se si vuole ancora produrre acciaio; gli investimenti alternativi, ma finanziati e organizzati soprattutto dagli altri.

È il governo dell’attesa mentre Taranto, invece, avrebbe bisogno del governo della scelta.

La domanda finale è molto semplice.

Sindaco Bitetti, da che parte sta il Comune? Vuole che Taranto continui a produrre acciaio?

Se la risposta è sì, dica quale siderurgia vuole, con quali tecnologie, con quale capacità produttiva e quali condizioni ambientali. E COMBATTA istituzionalmente per ottenerla.

Se la risposta è no, abbia il coraggio di dirlo apertamente e presenti alla città prima dello spegnimento, non dieci anni dopo, un piano economico alternativo credibile, finanziato, quantificato e temporalmente compatibile con la perdita dell’occupazione siderurgica.

Perché la politica non può limitarsi a celebrare la fine di ciò che considera vecchio confidando che il nuovo, prima o poi, arrivi da Roma.

Bitetti, il sindaco sotto il quale si spense l’Ilva

C’è infine una responsabilità che forse oggi viene sottovalutata perché appartiene ancora al futuro.

Non sarebbe corretto attribuire a Piero Bitetti la responsabilità esclusiva di un’eventuale chiusura dell’Ilva. In questa storia decidono Governo, magistratura, commissari, Ministeri, Regione, mercato, investitori e decenni di sciagurate scelte precedenti.

Ma se l’area a caldo verrà definitivamente spenta durante il suo mandato, dopo che la sua amministrazione ne ha indicato la chiusura come obiettivo politico e ha anche adottato provvedimenti amministrativi capaci di determinarne la fermata, Bitetti questa volta non potrà chiedere alla Storia di considerarlo un semplice spettatore.

Sarà ricordato come il sindaco sotto il quale si spense la grande fabbrica che, nel bene e nel male, per oltre sessant’anni ha rappresentato una quota enorme dell’economia e dell’occupazione tarantina.

Dopo, le strade potrebbero essere due.

La prima: Taranto attraversa una crisi durissima, lacrime e sangue, lunga 30/50 anni, ma riesce progressivamente a ricostruire un’economia fondata su manifattura nuova, porto, logistica, turismo, università, energie, cantieristica, cultura, mitilicoltura e Blue Economy.

La seconda è quella che nessuno dovrebbe avere paura di nominare perché forse più probabile: una crisi industriale che diventa economica, poi sociale e infine demografica; giovani che se ne vanno, imprese che chiudono, popolazione che diminuisce, consumi che arretrano e una città che perde progressivamente la massa critica necessaria per ricostruire ciò che aveva perduto.

Quale delle due Taranto avremo non lo sappiamo.

Ma proprio perché nessuno lo sa, chi amministra oggi non ha il diritto di affrontare una trasformazione di questa portata con il repertorio del “chiederemo al Governo”.

Prima di contribuire a spegnere un sistema economico bisogna almeno sapere cosa si intende mettere in funzione al suo posto.

Lo Stato faccia lo Stato.

La Regione faccia la Regione.

Ma il sindaco smetta di aspettare che siano sempre gli altri a decidere il destino della città.

Il Comune faccia il Comune!

In occasione dei Giochi del Mediterraneo, associazioni e imprese faranno ogni sforzo per proteggere un momento così importante di sport e di visibilità per Taranto. Non sarà facile: dentro le nostre aziende ci sono lavoratori e famiglie preoccupatissimi per un futuro che appare sempre più nero, e cresce la volontà di manifestare con forza il dissenso verso una gestione istituzionale della vicenda ex Ilva che rischia di consegnare migliaia di famiglie all’incertezza e alla perdita del lavoro.

Chiusi i Giochi, il tempo del silenzio sarà finito. E allora, Sindaco, avrà lei stesso il compito — ed il piacere — di spiegare, davanti a Palazzo di Città e a migliaia di lavoratori e famiglie, quale futuro li attende”.

Comments are closed.