Le Associazioni datoriali del territorio tarantino (CONFINDUSTRIA, CONFAPI, AIGI, CONFARTIGIANATO) e Federmanager esprimono forte preoccupazione per le ripercussioni derivanti dalla recente decisione della Corte d’Appello di Milano con cui è stata disposta la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto entro 90 giorni. Una scadenza che spalanca la porta ad un unico effetto: licenziamenti collettivi.
Prendere atto di una decisione giudiziaria è doveroso, ma, a parere delle sottoscritte Associazioni, che hanno istituito un Tavolo permanente per Taranto, accogliere passivamente le conseguenze industriali di un decreto significa rinunciare ad una strategia nazionale.
Accettare una desertificazione prima industriale e poi commerciale della nostra terra non è accettabile dopo una serie di decreti che hanno messo una pezza negli anni per “tirare a campare”. Oggi forse dobbiamo essere responsabili più di ieri e programmare dei tempi certi di transizione per consolidare o per realizzare gli impianti necessari per rendere lo stabilimento ciò che, in questi 14 anni trascorsi dal luglio del 2012, non è divenuto. Appare indispensabile che il Governo adotti con la massima urgenza un decreto per scongiurare quello che, con la chiusura dell’area a caldo, potrebbe rivelarsi un disastro socio-economico. Un decreto che detti i tempi per una reale transizione della fabbrica e al contempo definisca un quadro organizzativo chiaro, coerente e compatibile con la continuità produttiva e la salvaguardia della salute. Il Governo oggi deve garantire le promesse fatte, spazzare una situazione di incertezza che, diventata perenne, con il trascorrere del tempo si è progressivamente aggravata e non nascondersi dietro provvedimenti senza efficacia immediata e risolutiva, serve che con coraggio si affrontino le reali problematiche garantendo al territorio un futuro credibile. Quello che si vuole ribadire con forza e determinazione è che Taranto non può essere dismessa. La chiusura dell’area a caldo comprometterebbe la natura integrata dello stabilimento con la consequenziale cessazione dell’operatività di tutti gli impianti a freddo, il tutto con effetti devastanti su occupazione, filiere e capacità del Paese di produrre acciaio primario. Spegnere gli impianti non elimina le criticità. Anzi, rischia di amplificarle se solo si pensa agli enormi costi che si andrebbero a generare in tema di messa in sicurezza e bonifica, costi che ad oggi non sappiamo chi dovrà affrontarli, ma che sicuramente andrebbero a ricadere sull’intera collettività. Non è più il tempo di indicare scorciatoie per guadagnare tempo. Le imprese non chiedono di ignorare le emissioni o sacrificare la salute dei cittadini, chiedono che ogni decisione sia basata su investimenti adeguati in grado di garantire la continuità produttiva. Nessuno chiede privilegi, ma solo che vi siano risposte serie e capaci di coniugare salute, lavoro e interesse nazionale. Non buttiamo all’aria gli sforzi di tutti noi fatti in questi anni per non aver avuto la forza di reagire, perché una cosa è certa: noi non molleremo Taranto. Soprattutto perché nessuno dovrà chiedere, dopo che sarà finita, “e ora che succede”? Che cosa ce ne facciamo di questa fabbrica? Ma ci saranno le bonifiche? Che fine faranno le imprese? E i lavoratori? Noi diciamo che sarà inutile attendere risposte. Anche allora come oggi nessuno sarà in grado di avere il coraggio di darle.

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