Tornano sul nostro giornale online i contributi della sociologa e scrittrice Daniela Latanza che approfondisce di volta in volta tematica riguardanti le dinamiche affettive e la vita moderna. Stavolta parliamo del discusso caso della chat “Mia moglie”.
di DANIELA LATANZA
Agosto 2025. In Italia, è emerso uno scandalo che ha tutto il sapore amaro di una modernità fallita: un gruppo online, chiamato “Mia Moglie” — come se già il nome non sapesse abbastanza di patriarcato in saldo — dove migliaia di uomini condividevano foto delle proprie compagne, scattate di nascosto, senza consenso. Solo corpi. A volte nudi, a volte mezzi nudi, a volte solo sguardi rubati nella quotidianità — tutte trasformate in trofei digitali da esporre a una platea di altri uomini. Una intimità diventata un contenuto da condividere, donne solo possedute. Fotografate di nascosto, postate online, e passate al vaglio di commenti altrui come un vino da degustare.
Da anni parliamo della mercificazione del corpo femminile. Lo vediamo nei media, nella pubblicità, nella moda. Ma vederlo tra le mura domestiche — lì dove l’amore dovrebbe proteggerti — è una ferita nuova. Quando l’uomo che ami ti fotografa di nascosto mentre dormi, mentre sei in costume, mentre ti infili un vestito, e poi ti carica in un gruppo Facebook come se fossi una figurina da collezione, allora non si tratta più di passione. È orgoglio. È possesso. È vanità virile connessa a banda larga. Ciò che rende tutto questo ancora più inquietante è che non si tratta (solo) di sconosciuti. Sono mariti, fidanzati, padri. Sono uomini apparentemente “normali”, che si scambiano commenti su come “la mia regge ancora bene a 40” o “questa ieri l’ho fotografata dopo la doccia”. In un inquietante rituale di appartenenza maschile, si scambiano non solo immagini, ma status: “io ho questa donna. Guardate com’è mia.” Terribile. È la versione digitale del portarsi la moglie a una cena e vantarsene con gli amici, ma senza la moglie e con 30.000 spettatori.
Solo che, stavolta, la cena la fanno sul tuo corpo. Che poi, a mio avviso, il punto non è la foto. È il consenso. È il diritto di decidere dove e come il tuo corpo viene visto. È l’idea, tanto diffusa quanto marcia, che l’intimità femminile diventi automaticamente una proprietà appena si firma un contratto di convivenza, un matrimonio, o — peggio — appena lei si fida! Che la fiducia venga tradita in una chat da uomini che la usano come carburante per il proprio ego. E allora, ho iniziato a pensare:
quante donne stanno vivendo inconsapevolmente sotto l’occhio di una telecamera che non hanno mai autorizzato?
Quante si stanno fidando di uomini che non sanno distinguere l’amore dal diritto di esibizione? Viviamo in un’epoca dove tutto si condivide: pasti, viaggi, stati d’animo, tagli di capelli. Ma c’è una sottile, fondamentale linea tra ciò che si sceglie di condividere e ciò che viene rubato per essere esposto. E quella linea, nel gruppo “Mia Moglie”, è stata attraversata con una risata maschile e una connessione Wi-Fi. E allora mi chiedo :
“Se l’amore è condivisione, ma il corpo diventa contenuto senza consenso… possiamo ancora chiamarla relazione?”. Assolutamente NO! Le donne vittime di questa vicenda hanno dichiarato di sentirsi “spezzate in due”. Non è solo dolore. È smarrimento. È quel momento esatto in cui qualcosa dentro di te si rompe e, guardandoti allo specchio, ti chiedi chi sei — e per chi sei stata guardata finora. Una metà di te è la donna che ama, che si fida, che condivide il letto, i sogni, il bagno e i silenzi.
L’altra metà è quella che scopre di essere stata trasformata in spettacolo, in merce da esposizione, in contenuto da consumo.
E tra queste due metà si apre un abisso: non si tratta più solo di privacy violata, ma di identità frantumata. Perché il dolore più grande non è essere viste senza permesso.
È essere viste senza rispetto. E forse, allora, la domanda che dovremmo porci non è solo come punire chi spezza (e la punizione DEVE essere esemplare), ma come ricucire ciò che è stato spezzato. Come restituire a queste donne non solo giustizia, ma interezza.
E chiudendo il mio pensiero su questa vicenda, penso, magari “mia moglie” non vuol dire “mia” nel senso di proprietà. Ma “mia” nel senso di responsabilità. Di cura. Di rispetto.
E forse, in un mondo perfetto, ogni uomo sarebbe orgoglioso non di mostrarla agli altri… ma di proteggerla da chi vorrebbe farlo.
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