RIFLESSIONI – IL CORAGGIO DI ESSERE SE STESSI

UN CONTRIBUTO DI DANIELA LATANZA, DOCENTE E SOCIOLOGA

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Tornano sul nostro giornale online i contributi della sociologa e scrittrice Daniela Latanza che approfondisce di volta in volta tematica riguardanti le dinamiche affettive e la vita moderna. Stavolta parliamo del tragico caso del suicidio avvenuto a Latina del 14enne Paolo Mendico, vittima delle “attenzioni” dei bulli.

di DANIELA LATANZA

“Se dovessi arrivare tardi tenetemi il posto”. Questo è l’ultimo messaggio scritto da Paolo, un ragazzino di 15 anni, nella chat della classe. Tutto regolare, se non fosse che Paolo, in quella classe , non ci è mai più entrato. Aveva solo 15 anni e amava suonare la chitarra. Portava i capelli lunghi e  li portava con fierezza, come un manifesto silenzioso della sua identità. Ma per alcuni suoi coetanei, quei capelli erano troppo. Troppo lunghi. Troppo femminili. Troppo fuori dallo stampo.  

Ora, mi chiedo: “Quando abbiamo cominciato a temere ciò che è “diverso”, fino al punto da volergli fare del male?”

Inizia così:  una risata nei corridoi,  una battuta nel gruppo WhatsApp. Un soprannome sussurrato ad alta voce. E come spesso accade con il bullismo, non c’è mai un solo colpevole. Ma un branco di voci che diventano un’eco impossibile da zittire. Un “branco” che afferma la sua identità denigrando, umiliando quella che è in quel momento la vittima prescelta. La vittima, questa volta, portava il caschetto biondo, altre volte è troppo alta, troppo bassa, grassa, troppo timida, troppo brillante. 

In un mondo che predica l’inclusività nei post Instagram e nelle campagne pubblicitarie, pare che l’adolescenza continui a essere una giungla dove “essere diversi” è ancora un crimine. E mentre scrivo, mentre cerco di mettere ordine tra parole e rabbia, tra dolore e impotenza… una paura fredda mi stringe lo stomaco e penso a quei figli, vittime di bullismo… e penso alle loro mamme, ai loro papà. Penso a quanto ci si senta impotenti, quando si vorrebbe  essere scudo e quanto non sia possibile e giusto esserlo a volte.   Penso ai discorsi sull’autostima da fare a quei ragazzi e poi vedo i loro occhi tristi, quando anche andare a scuola significa affrontare una “piccola, grande guerra quotidiana”. Perché il bullismo non è solo «quel» grande gesto, ma una serie infinita di piccole ferite. È quella risata che non fa ridere, quella battuta ripetuta, lo sguardo che esclude. E poi la vittima comincia a pensarci la sera, a non dormire bene, a temere il suono del telefono.

Perché io ho un figlio di 16 anni.  E ogni volta che lo vedo uscire di casa, con i suoi capelli spettinati, le sue scarpe scelte con cura, la sua risata che ancora non conosce la cattiveria del mondo, mi chiedo: “Riuscirà a essere sè stesso senza pagarne il prezzo?” 

Ho paura che un giorno, per qualche motivo assurdo un dettaglio, una maglietta, un modo di parlare, qualcuno possa decidere che non va bene così com’è. E allora inizieranno le battute. Gli sguardi. Le prese in giro. Ho paura che la scuola non lo protegga. Che gli adulti intorno non ascoltino. Che qualcuno gli dica di “non farci caso”, quando invece andrebbe abbracciato e creduto. 

Che tipo di mondo stiamo lasciando ai nostri figli, se ancora oggi non sanno quanto sia sicuro affermare la propria identità, un’identità che con tanti tentativi e fatica stanno costruendo?

Paolo non è morto per i suoi capelli lunghi.  È morto perché il nostro sistema non ha saputo proteggerlo. Perché troppe volte minimizziamo il bullismo, chiamandolo “uno scherzo”. Perché ci affrettiamo a dire “sono ragazzi” invece di insegnare loro cosa significa essere “umani”. È morto perché così presto  ha vissuto il dolore di essere deriso, emarginato e in un’età già tanto difficile per trasformazioni biologiche e impatto psicologico, lui si è “arreso”. 

Ora, da mamma e da insegnante, direi a mio figlio e a tutti i ragazzi, queste parole: 

“Non importa quanto possano far rumore le voci degli altri, quella di chi vi ama  ci sarà  sempre per ascoltare la vostra . Anche quando restate  zitti i vostri genitori vi vedono. Vediamo  le spalle che si incurvano un po’ di più quando tornate  a casa, il modo in cui a volte fingete  che vada tutto bene. Ma sappiate che va bene anche non essere sempre forti. Non c’è niente di più coraggioso che dire: – Oggi non ce la faccio!-

E se un giorno doveste  essere voi  a vedere qualcun altro soffrire, non restare in silenzio. La gentilezza è un superpotere che pochi usano davvero. Vi chiedo, come mamma  e come persona che crede ancora che il mondo possa essere un posto più giusto: non lasciate mai che gli altri definiscano chi siete!  Non siete  i voti che prendete. Non siete  il numero di “mi piace” nelle storie. Non siete i  commenti cattivi,  né i silenzi pesanti. Voi siete molto di più. Perché a furia di essere più forti, la pelle si ispessisce davvero”. 

A Paolo,con i suoi lunghi capelli biondi, ad Andrea, con i suoi pantaloni rosa, e a tutte quelle anime fragili che non hanno retto alla stupidità e alla cattiveria umana va il mio pensiero. Con l’immensa speranza che non accada mai, mai più. 

 

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