L’ex Ilva ha iniziato a spegnersi questa mattina con l’avvio delle operazioni di stop dell’area a caldo di Taranto, dopo la pronuncia della Corte di Cassazione. E mentre l’azienda si ferma, sul fronte della vendita si sommano numerose variabili. Il gruppo Flacks conferma di essere ancora in gioco per l’acquisizione dell’ex Ilva, mentre intorno alla cordata di imprese italiane guidata da Federacciai regna un clima di incertezza, mentre mancano cinque giorni alla scadenza di presentazione delle offerte vincolanti.
Le procedure di spegnimento prendono il via qualche giorno dopo che i giudici di Milano hanno comunicato di aver respinto tutti i ricorsi presentati dai commissari contro lo stop degli altiforni, confermando dunque la decisione della Corte d’Appello che aveva già stabilito il fermo. Ad arrestarsi sono prima di tutto i bruciatori, utilizzati per mantenere i cowpoers degli altiforni nella condizione di preriscaldo, ma le operazioni dovrebbero protrarsi per tutta la settimana.
Il futuro dell’ex Ilva continua però a tracciarsi attraverso una serie di date. La prima, la più vicina, è quella del 6 novembre al ministero del Lavoro, dove i sindacati sono chiamati ad affrontare il tema della richiesta dell’azienda di cassa integrazione straordinaria fino a un massimo di 8.622 lavoratori. La seconda, invece, è quella che riguarda la vendita. L’8 novembre scade il termine per presentare le offerte vincolanti per la gara e la partita si gioca tra la cordata italiana, che potrebbe però tirarsi indietro, Jindal, interessata a tutto il perimetro dello stabilimento, e anche il gruppo Flacks. Il fondo americano ha chiarito di essere ancora in gioco per “sostenere l’investimento – hanno spiegato in una nota – previsto dal nostro ultimo piano industriale per produrre acciaio a Taranto con i forni elettrici”. Per quanto riguarda la cordata, invece, il presidente di Federacciai Antonio Gozzi ha specificato che “la decisione non è stata presa” e quando lo sarà “la comunicheremo”.
Per lo step successivo, bisognerà invece aspettare la metà di novembre, quando il governo riconvocherà il tavolo con i sindacati a Palazzo Chigi. Durante l’ultimo incontro l’esecutivo ha confermato il proprio impegno, con obiettivi che guardano all’emergenza occupazionale, alla decarbonizzazione e al rilancio industriale, anche attraverso il coinvolgimento di aziende come Leonardo, Ferrovie dello Stato, Fincantieri e Rheinmetall per possibili interventi da realizzare in Puglia. Un passo giudicato positivamente da Gozzi, seppur legato specificatamente ai temi di riconversione, ovvero la creazione di nuove attività industriali a Taranto e in Puglia. “È giusto che sui temi di riconversione le grandi partecipate industriali pubbliche siano chiamate a dire la loro e a dare il loro contributo – ha spiegato -. Ma qui non è un tema di riconversione, bensì di consolidamento di almeno una parte dell’occupazione siderurgica”.
Intanto l’avvio delle procedure di spegnimento degli altoforni a Taranto continua a preoccupare anche Genova e Novi Ligure, dove si continuano a chiedere garanzie al governo. “Dalle informazioni in nostro possesso, i materiali attualmente presenti nello stabilimento di Cornigliano consentono di lavorare all’incirca fino a gennaio-febbraio – ha detto la sindaca di Genova Silvia Salis, sentita questa mattina al Senato riguardo la vertenza -. Ma questo rende indifferibile un piano operativo di ordini e acquisti chiaro e strutturato”. Per Rocchino Muliere, sindaco di Novi Ligure, dove sorge uno degli stabilimenti per le attività a freddo, “serve un piano di ordini strutturato, proiettato almeno nel medio termine”.

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