STOP ALL’AREA A CALDO ILVA, LE REAZIONI

La Corte di Cassazione ha rigettato tutti i ricorsi, sia quelli di Acciaieria d’Italia e sia quelli di Ilva in amministrazione straordinaria contro lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Il decreto dei giudici di Milano resta quindi valido. Queste le reazioni:

CODACONS

“Una decisione storica che conferma come la salute dei cittadini venga prima di ogni altro diritto o interesse legittimo”. Lo afferma il Codacons, commentando la sentenza della Cassazione che ha rigettato tutti i ricorsi, sia quelli di Acciaieria d’Italia e sia quelli di Ilva in amministrazione straordinaria contro lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto.
“In accoglimento del controricorso presentato dal Codacons e dalle famiglie tarantine – ricorda il Codacons -, la Cassazione ha definitivamente messo la parola fine alla vicenda che tanto ha fatto discutere negli ultimi anni, confermando l’orientamento del Tribunale di Milano prima e della Corte di appello poi”.

GENITORI TARANTINI

La vita dei tarantini è importante anche per i giudici della Cassazione. Abbiamo vinto!”. Così l’associazione Genitori Tarantini commenta sui canali social la decisione della Corte di Cassazione di rigettare i ricorsi presentati dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando il provvedimento della Corte d’appello di Milano che dispone l’interruzione dell’attività produttiva nell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto.
La decisione, contenuta in una sentenza di 70 pagine, accoglie la linea sostenuta dagli avvocati Maurizio Rizzo Striano ed Ascanio Amenduni, legali degli 11 cittadini ricorrenti (tra cui un ragazzino di 13 anni affetto da una rara malattia genetica), aderenti all’associazione Genitori Tarantini.
“Addio carbone, amianto e polveri sottili. La Corte suprema di Cassazione – ha sottolineato l’avv. Rizzo Striano – ci ha dato ragione su tutta la linea”.

PIERO BITETTI, SINDACO DI TARANTO

“Il verdetto della Cassazione ci restituisce l’urgenza di lavorare alle alternative economiche e produttive che abbiamo più volte richiesto al Governo”. Lo dichiara il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, dopo la decisione della Corte di Cassazione di rigettare i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando lo stop all’attività produttiva nell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.
“La chiusura dell’area a caldo – afferma Bitetti – è una condizione che non possiamo più ignorare per almeno due motivi: serve mettere al sicuro il territorio, con le bonifiche, evitando che gli impianti fermi si trasformino in un ulteriore rischio per la salute pubblica; servono risposte occupazionali per gli operai diretti e dell’indotto, affinché il territorio non subisca un impoverimento irrecuperabile”.
Il sindaco chiede al governo un intervento che vada oltre le misure già adottate. “Aspettiamo un segnale, quindi, che vada ben oltre quanto disposto con l’ultimo decreto, perché Taranto non può permettersi ulteriori fratture tra diritti costituzionalmente garantiti”.
Bitetti richiama la necessità di conciliare tutela della salute e lavoro: “Nessuno si salva da solo, né chi giustamente rivendica condizioni ambientali e sanitarie adeguate, né chi lotta per un salario dignitoso”.
“Abbiamo detto più volte che la città non può essere lasciata da sola: per chi ha responsabilità in tal senso, è arrivato il momento di dimostrarlo con i fatti”, conclude il sindaco.

GIUSTIZIA PER TARANTO

“La salute non può continuare a essere sacrificata sull’altare della produzione”. È la posizione del movimento Giustizia per Taranto dopo la decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione di rigettare i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che dispone lo stop all’attività produttiva nell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.
Il movimento definisce quella odierna “una giornata importante per Taranto e per tutti quei cittadini che da anni combattono per il diritto alla salute”.

GIANFRANCO PALMISANO, PRESIDENTE PROVINCIA

“La tutela della salute pubblica e il rispetto delle decisioni della magistratura sono principi imprescindibili”. Il presidente della Provincia di Taranto, Gianfranco Palmisano, interviene così dopo la decisione della Corte di Cassazione di rigettare i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando lo stop all’attività produttiva nell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.
Per Palmisano, la sentenza “segna un punto fermo” e conferma la necessità di affrontare la questione dell’ex Ilva “con responsabilità e determinazione”. Accanto al rispetto della decisione giudiziaria, sottolinea il presidente della Provincia, resta indispensabile garantire una prospettiva certa ai lavoratori, alle loro famiglie e all’intero sistema produttivo del territorio.
“Taranto ha diritto a un futuro industriale che non comprometta la salute dei cittadini”, afferma Palmisano, indicando la necessità di “scelte chiare, tempi certi e impegni concreti”.
Il presidente richiama quindi l’esigenza di conciliare le diverse necessità del territorio. “Il futuro di Taranto – conclude – si costruisce garantendo insieme dignità del lavoro, tutela della salute e sviluppo sostenibile”.

LORIS SCARPA, FIOM

“La sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione impone un’accelerazione del piano condiviso con il governo e i commissari straordinari a Palazzo Chigi grazie alla lotta dei lavoratori. È necessario investire risorse straordinarie per pianificare la decarbonizzazione degli impianti ed al contempo acquistare bramme e coils per assicurare continuità alla produzione e all’occupazione”. Lo dichiara il coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil Loris Scarpa, commentando la pronuncia della Cassazione che ha rigettato tutti i ricorsi contro lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, confermando così il decreto della Coprte d’Appello di Milano.
“Serve dare corso alle manutenzioni e alle bonifiche ma soprattutto alle verticalizzazioni di tutti gli impianti da Taranto a Genova fino a Novi Ligure e Racconigi – ha aggiunto -. È necessario che Palazzo Chigi riconvochi il tavolo per condividere il percorso di attuazione del verbale del 27 ottobre scorso”.

ANGELO BONELLI, AVS

La decisione della Cassazione chiude definitivamente una stagione di politica industriale che ha provocato inquinamento e malattie nella città di Taranto. È anche la drammatica sconfitta di una classe politica che ha rinunciato a tutelare la salute a Taranto e che non è stata nemmeno in grado di tutelare l’occupazione.

Dal giorno del sequestro il 26 luglio 2012, cioè 14 anni, si sono susseguite decine di decreti cosiddetti “salva Ilva”, che hanno calpestato i diritti costituzionali alla salute e al lavoro.

Adesso l’unica cosa da fare è procedere con le bonifiche e restituire ai cittadini di Taranto una prospettiva che consenta loro di uscire dalla monocultura dell’acciaio e rilanciare occupazione.

Questa classe politica, che ha condannato Taranto a questo disastro, dovrebbe chiedere scusa”

Così in una nota Angelo Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di EV

LUIGI BENNARDI, UILM

“La sentenza della Corte di Cassazione non cambia la nostra posizione, in coerenza con il percorso fatto con tutti i lavoratori in questi anni e soprattutto nelle ultime settimane, nelle assemblee e nelle grandi mobilitazioni degli ultimi giorni”. Lo dichiara Luigi Bennardi, segretario generale della Uilm di Taranto, dopo la decisione della Suprema Corte di rigettare i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando lo stop all’attività produttiva nell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.
Il sindacato, al momento, non prevede nuove iniziative di mobilitazione, ma rilancia la richiesta di interventi urgenti da parte dell’esecutivo. “Il governo deve fare presto, deve finanziare gli strumenti straordinari per tutti i lavoratori di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e soprattutto dell’appalto”, afferma Bennardi.
Per la Uilm, il pronunciamento della Cassazione non modifica le richieste portate avanti nelle assemblee e nelle proteste delle scorse settimane. “Gli alibi – concluce Bennardi – sono finiti, il governo deve fare presto”.

FEDERMECCANICA

“Prendiamo atto della decisione della Corte di Cassazione, che ha rigettato tutti i ricorsi di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria, rendendo definitivo il decreto della Corte d’Appello di Milano sullo stop dell’area a caldo di Taranto. Ma il rispetto per le sentenze non ci impedisce di dire con chiarezza quanto questo esito pesi sul sistema manifatturiero del Paese. Fermare l’area a caldo significa, di fatto, decretare la fine dello stabilimento. Ridurre Taranto alle sole lavorazioni a freddo vuol dire consegnare ai produttori stranieri una quota di mercato strategica per la nostra manifattura. L’Italia ha già un deficit commerciale di circa 7 milioni di tonnellate di laminati piani e oggi rischia di aggravare questa dipendenza”. Lo afferma in una nota il presidente di Federmeccanica, Simone Bettini.
“Da tempo – aggiunge – ci interroghiamo sull’indipendenza dall’energia e da molti altri settori, ma sull’indipendenza dalle materie prime non si interroga nessuno: l’acciaio è la prima di tutte. Il 63% delle imprese metalmeccaniche utilizza acciaio e per il 42% di queste incide per oltre il 30% sui costi di produzione; il 64% degli imprenditori considera l’acciaio italiano un fattore strategico di competitività e il 68% ritiene il rilancio dell’ex Ilva fondamentale per l’industria italiana ed europea, anche in vista dell’applicazione del CBAM. Non è una questione locale: è una questione nazionale”.
“La tutela della salute dei cittadini di Taranto – conclude – è un valore che nessuno intende mettere in discussione, ma salute, ambiente e lavoro devono essere tenuti insieme e non contrapposti: è questo il compito di una vera politica industriale. Ora serve una risposta di sistema, un piano credibile per il futuro del sito e la salvaguardia dell’occupazione e delle aziende dell’indotto. Un Paese manifatturiero come il nostro non può rinunciare alla produzione di acciaio primario: sarebbe rinunciare a una parte della propria sovranità industriale”.

 

IlvaIn evidenza