RIFLESSIONI – L’AMORE E’ UN REPERTO ARCHEOLOGICO?

UN CONTRIBUTO DI DANIELA LATANZA, DOCENTE E SOCIOLOGA

Tornano sul nostro giornale online i contributi della sociologa e scrittrice Daniela Latanza che approfondisce di volta in volta tematica riguardanti le dinamiche affettive e la vita moderna.

di DANIELA LATANZA

Dopo una serie di situazioni simili raccontate da amici e dopo essere stata io stessa protagonista di quanto segue, mi sono chiesta se il cuore umano abbia una data di scadenza o se, semplicemente, tendiamo a dimenticare il manuale d’istruzioni dopo il primo grande guasto.
Incontrare qualcuno nella “seconda fase” della vita, chiamiamola pure la fase del post-matrimonio-post-disastro, è un po’ come fare shopping nei negozi vintage: sai che ci sono dei tesori nascosti, ma devi essere pronta a gestire qualche macchia di caffè e outfit fuori moda conservati in soffitta.
Il problema non è che i nuovi arrivati non abbiano spazio nell’armadio. Il problema è che spesso l’armadio è già pieno di fantasmi. Ecco una temibile trappola, quella della cristallizzazione.
Ho notato una tendenza pericolosa: usiamo il passato come un pretesto per non amare nel presente. Ci convinciamo che la nostra capacità di provare “il Vero Amore” sia rimasta bloccata lì, in un’estate del 1998 o in quella prima casa con i mobili svedesi e le speranze intatte.
Creiamo un tempio dedicato a una versione di noi stessi che non esiste più. È una forma di pigrizia emotiva travestita da nostalgia.
Il passato è immobile: non risponde male, non dimentica di buttare la spazzatura e, soprattutto, non può più deluderci.
L’Idealizzazione è uno scudo: se decidiamo che “quello” era l’unico amore possibile, siamo al sicuro. Non dobbiamo più rischiare. Non dobbiamo più metterci in gioco.
Ma ecco la verità che non vogliamo ammettere neanche a noi stessi: quell’amore cristallizzato è un’illusione ottica. È facile amare un ricordo, perché i ricordi non cambiano mai idea. È molto più difficile amare una persona reale che russa accanto a noi e che ci vede con le nostre rughe, segni in cui ci sono tutte le volte che abbiamo riso troppo forte e dolori che hanno modificato espressioni…e che guarda occhi piú stanchi, più segnati, ma incredibilmente ricchi di storie.
Spesso guardiamo indietro pensando che la magia sia rimasta là, in quel luogo dove regnano solo le emozioni positive. Ma la verità è che quel luogo è un museo. E nessuno ha mai costruito una vita felice vivendo dentro un museo.
Mi è venuto un dubbio: e se l’amore vero non fosse quello che ci ha fatto battere il cuore quando eravamo giovani e ingenui, ma quello che sceglie di restare quando siamo finalmente esseri umani maturi, ammaccati e spaventosamente completi?
Forse la sfida non è trovare qualcuno che ci faccia dimenticare il passato, ma trovare qualcuno che abbia il coraggio di camminare tra le nostre rovine e dire: “mi piace quello che hai costruito qui”.
Perché alla fine della giornata, l’amore non è un’emozione che abbiamo lasciato in un vecchio appartamento… è l’azione di chi arriva oggi, apre le finestre e decide che c’è ancora luce a sufficienza per restare.
Forse non abbiamo perso la capacità di amare. Abbiamo solo smesso di guardare chi abbiamo davanti perché eravamo troppo impegnati a guardare nello specchietto retrovisore. E se quello che che vediamo è in quello specchietto, uno o mille motivi ci saranno stati, solo che non li ricordiamo più. Perché l’ amore è anche nel coraggio di chiudere quel vecchio album e dire : “Accomodati, c’è ancora un posto libero accanto a me”.
Consentire a chi è andato via o dimenticare perché siamo andati via noi è l’ atto più vile che possiamo destinare a noi stessi e all’ unica e sola vita che ci è concessa su questa Terra.

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