RIFLESSIONI – LA FRAGILITA’ E’ UNA VIRTU’?

UN CONTRIBUTO DI DANIELA LATANZA, DOCENTE E SOCIOLOGA

Tornano sul nostro giornale online i contributi della sociologa e scrittrice Daniela Latanza che approfondisce di volta in volta tematica riguardanti le dinamiche affettive e la vita moderna.

di DANIELA LATANZA

C’è stato un momento silenzioso, come tutte le svolte importanti, in cui la fragilità ha smesso di essere una fase e si è trasformata in un modello. Non qualcosa da attraversare, ma qualcosa da imitare. O peggio ancora: da esibire!
Oggi parliamo di bullismo come se fosse un’emergenza improvvisa, il fatto è che non lo è. È un fenomeno antico, reso oggi più feroce da “strumenti nuovi”. Ma ciò che davvero è cambiato non è solo la violenza: sono i riferimenti. I modelli che offriamo a chi cresce non sono più figure solide, capaci di reggere il conflitto e la complessità. Sono spesso personaggi pubblici che fanno della propria vulnerabilità un marchio, della propria instabilità un racconto continuo, della propria esposizione emotiva una forma di legittimazione.
Il messaggio, nemmeno troppo implicito, è questo: “essere fragili è autentico”.
Peccato che autenticità e solidità non necessariamente coincidano.
I social hanno amplificato tutto. Il dolore è diventato contenuto, la crisi un format, la confessione un valore. Si viene premiati non per aver superato qualcosa, ma per averla mostrata mentre accade. La resilienza non fa engagement. La rottura sì…
In questo scenario, crescere diventa complicato. Perché se i modelli adulti sono incerti, ipersensibili, perennemente in bilico tra esposizione e vittimismo, che strumenti possono avere i più giovani per costruirsi una struttura interna?
Se chi dovrebbe indicare una direzione comunica soprattutto smarrimento, non sorprende che la fragilità non venga più percepita come una condizione da trasformare, ma come un’identità da difendere.
E attenzione: non si tratta di rimpiangere la durezza di un tempo o il silenzio emotivo. Nessuno auspica il ritorno dell’anestesia sentimentale. Ma è come se avessimo sostituito il tabù del dolore con la sua celebrazione permanente, confondendo l’empatia con l’assenza di richieste, la comprensione con la rinuncia alla crescita.
Così, mentre condanniamo, giustamente, il bullismo, evitiamo di porci una domanda più scomoda: che tipo di individui stiamo preparando a un mondo che non è gentile, non è giusto e non è obbligato a proteggerci?
Perché una società che educa alla fragilità senza educare alla resistenza produce persone costantemente esposte. Offese prima ancora di essere ferite. Incapaci di distinguere una critica da un attacco, un errore da una condanna definitiva.
Il problema non è riconoscere di stare male.
Il problema è restarci!
Il problema è quando la fragilità diventa un valore morale superiore alla capacità di reagire. Quando il modello non è più chi cade e si rialza, ma chi cade e viene applaudito mentre resta a terra.
E queste considerazioni, non sono maturate da una teoria astratta, né da una nostalgia sterile. Sono nate da una conversazione, ma soprattutto dall’ esempio di una persona estremamente coraggiosa e profondamente gentile. Due qualità che non si escludono a vicenda, anche se oggi sembriamo convinti del contrario. Perché ci sono persone in cui
il coraggio non è rumoroso, non ha bisogno di essere esibito. La gentilezza non è debolezza, ma una scelta lucida, consapevole. Una forma di forza che non ha bisogno di schiacciare per esistere. Ed è forse questo il modello che abbiamo smarrito: la solidità che non umilia, la forza che non diventa aggressività, il carattere che non ha bisogno di indurirsi per reggere il mondo.
Perché se c’è una confusione profonda nella nostra epoca, credo sia proprio questa: credere che per essere forti si debba essere duri, e che per essere gentili si debba essere fragili.
Non è così.
La vera alternativa alla fragilità non è la brutalità.
È il coraggio accompagnato dalla gentilezza.
E forse, se tornassimo a mostrarlo, nei gesti quotidiani, nei modelli che scegliamo, nel modo in cui educhiamo avremmo meno bisogno di chiederci perché tutto faccia così male.
Perché senza esempi di solidità, la fragilità smette di essere una fase.
Diventa una destinazione.
E a quel punto, non serve nemmeno un bullo.
Basta crescere.

Primopianoriflessioni