RIFLESSIONI – DAI GIOCHI LA CONSAPEVOLEZZA DI CIO’ CHE POSSIAMO ESSERE

UN CONTRIBUTO DI DANIELA LATANZA, DOCENTE E SOCIOLOGA

Tornano sul nostro giornale online i contributi della sociologa e scrittrice Daniela Latanza che approfondisce di volta in volta tematica riguardanti le dinamiche affettive e la vita moderna.

di DANIELA LATANZA

I Giochi del Mediterraneo si sono chiusi da pochissimo, ma per le strade di Taranto l’aria ha un profumo diverso. Tra il Maestrale che spazza la Marina e l’ombra imperante dei soliti giganti d’acciaio, c’è qualcosa di nuovo che vibra sotto la pelle della città.
Siamo sinceri: vivere a Taranto è un po’ come stare incastrati in una relazione tossica. Di quelle dove c’è un passato glorioso, tanta passione, ma troppe promesse infrante, troppa polvere sotto il tappeto (e sui davanzali) e quell’invadente sensazione di non essere mai abbastanza per meritarsi un futuro pulito. Ci siamo abituati a definirci attraverso la ferita, a fare del disincanto il nostro miglior outfit per non rimanere delusi.
Poi arrivano i Giochi. E all’improvviso la narrazione cambia, la prospettiva si ribalta.
Non si è trattato solo di sport, di medaglie o di riflettori accesi per qualche giorno. È stato come guardarsi allo specchio dopo un periodo buio con un vestito pazzesco e scoprire che quella bellezza non ce l’eravamo solo sognata: era sempre lì, in attesa di un’occasione per riemergere. Vedere il nostro mare diventare il palcoscenico del Mediterraneo non ha portato solo “speranza”,
ha riacceso la sete di riscatto.
E se c’è un’immagine di questa manifestazione che mi è rimasta impressa, è quella della cerimonia d’apertura: la monumentale figura scenografica dell’Atleta di Taranto che prende vita, sollevandosi imponente al centro della scena. In quel movimento fluido e solenne non c’era solo uno spettacolo d’arte contemporanea, c’era una metafora spietata della nostra identità. Vedere un gigante della nostra storia risvegliarsi dal torpore dei secoli ci ha ricordato un dettaglio che tendiamo a dimenticare: noi siamo la sola colonia di Sparta. L’orgoglio, la tenacia e la capacità di rialzarsi non sono concetti presi in prestito, dovrebbero essere nel nostro DNA. Ce lo dimentichiamo sempre, sotterrati da decenni di rassegnazione, dall’ “invasione e popolamento” di soggetti ignoranti, ineducati e pieni di inettitudine. Ma può l’immagine di un gigante che si alza in piedi curare le cicatrici di un’intera città o lui ci ha solo ricordato chi potremmo essere se smettessimo di piangerci addosso?
I Giochi si sono conclusi, gli atleti sono tornati a casa e le luci dello stadio si sono spente. Domani mattina la città si risveglierà con gli stessi problemi di sempre, le solite vertenze irrisolte, i mostri industriali all’orizzonte e la strada tutta in salita. Nessun evento internazionale verrà a salvarci magicamente da noi stessi.
Quel gigante scenografico ha finito il suo show e l’ entusiasmo che ha creato dovrebbe ispirarci ad essere “spartani” anche nel senso moderno del termine.
Quindi, mi chiedo : può una grande manifestazione sportiva curare le cicatrici di un’intera città, o ci ha solo ricordato (spero non solo per due settimane), chi siamo quando smettiamo di piangerci addosso? Chissà…
I Giochi si sono conclusi, i riflettori spenti e i problemi storici non sono svaniti per magia. Magari si è modificata la consapevolezza.
Abbiamo provato l’ emozione di essere padroni di casa e non solo comparse di una tragedia greca.
Il riscatto non è un regalo che ci viene dato dall’esterno; è un’attitudine che si sceglie.
Sia chiaro: non mi unisco al coro di chi vuole fare di questo evento un retorico “anno zero” o una miracolosa resurrezione a uso e consumo degli slogan. Le scorciatoie non esistono e Taranto non si rinnova da un giorno all’altro per un nastro tagliato. Ma se c’è una cosa che questo momento ci lascia, è la misura di ciò che possiamo essere.

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