Un corteo di preghiera ha attraversato ieri sera i vicoli della città vecchia di Taranto in ricordo di Sako Bakari, il 35enne bracciante del Mali ucciso all’alba di sabato in piazza Fontana da un gruppo di giovani, quasi tutti minorenni. L’iniziativa è stata promossa da monsignor Emanuele Ferro, parroco della Cattedrale di San Cataldo e delle chiese della città vecchia.
Durante il rosario celebrato in Duomo, don Emanuele aveva osservato, rivolgendosi ai fedeli, che “quando muore qualcuno in un luogo pubblico spontaneamente quel luogo diventa un sacrario. Ho un rimprovero da fare alla mia comunità. Non avete portato un fiore sul luogo dell’omicidio. Per chi vorrà lo potremo fare stasera, li prenderete da qui, se vorrete, da quelli della festa di san Cataldo”. E così è stato: i partecipanti hanno raggiunto piazza Fontana dove sono stati deposti i fiori. “Tanti – ha sottolineato il parroco – mi dicono giustamente: ‘sono cose che accadono ovunque’. Ma che consolazione è questa? Intanto è accaduto qui, sotto le nostre case. È da qui che dobbiamo ripartire”.
Don Emanuele ha detto di aver sperimentato a fronte di una realtà complessa e di “tante situazioni difficili”, anche “tanta generosità. Vi posso testimoniare – ha dichiarato – bontà ed inclusività verso tanti tipi di minoranze, sì, è un’accoglienza scevra da qualsiasi linguaggio politicamente corretto, ma è concreta. Ecco perché al dolore per l’uccisione di Sako Bakari si aggiunge altro dolore, perché non riesco a spiegarmi di come sia possibile che non si condanni all’unanimità quanto è accaduto. Esseri amici dei nostri ragazzi coinvolti e dico ‘nostri’ con cuore ferito, perché non voglio lavarmene le mani, non significa difenderli dando ignominiosamente le spalle al morto per terra”.
I parroci della vicaria Taranto-Borgo hanno diffuso una nota, affermando che “Sako Bakari è stato barbaramente ucciso in un atto di violenza segnato dal veleno del razzismo. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare il male per nome. Quando il colore della pelle diventa un pretesto per la violenza, significa che il tessuto spirituale e civile della nostra società è gravemente ammalato. Non possiamo e non dobbiamo abituarci”.