Tornano sul nostro giornale online i contributi della sociologa e scrittrice Daniela Latanza che approfondisce di volta in volta tematica riguardanti le dinamiche affettive e la vita moderna. Stavolta parliamo del tragico caso di femminicidio della modella Pamela Genini.
di DANIELA LATANZA
Si chiamava Pamela.
Giovane, bellissima, un viso da copertina e, immagino, il cuore pieno di sogni. Forse amava i tramonti, forse aveva un debole per i film romantici. Forse aveva solo voglia di iniziare da capo. Sicuramente aveva voglia di vivere. Ma il suo ex ha deciso che non poteva. In Italia siamo a 71 donne uccise dall’ inizio dell’ anno. Settantuno donne vittime di uomini che credono che le donne siano una proprietà, un oggetto. Un diritto acquisito. A questo, a fare da contorno, più o meno celati commenti (o pensieri) del tipo:
“Ma che ci faceva con uno così?”
“Perché non ha denunciato?”
“Se era così bella, poteva trovare di meglio.”
Perché “la colpa” per qualche strano e incomprensibile motivo, è spesso della vittima (se la vittima è bella e giovane, la colpa è un po’ di più”…)
Viviamo nell’ epoca dell’ empowerment, in cui, però, non abbiamo ancora capito come insegnare a un ragazzo che NO significa NO! In cui gli uomini hanno una grossa difficoltà a gestire i “dinieghi”.
Perché si pensa ancora che una donna debba giustificare ogni sorriso, ogni vestito, ogni “basta ” ? Perché una donna per essere libera deve essere ingabbiata nei più arcaici luoghi comuni ? Le donne imparano a salvarsi. Ogni giorno.
E se invece di insegnare solo alle donne a salvarsi, iniziassimo a insegnare agli uomini a non distruggere?
Perché, in un’epoca così evoluta, è impossibile portare il conto delle donne stalkerate, abusate e… uccise? Perché le panchine rosse continuano a proliferare come simbolo di questa strage sociale?
È sistema. È cultura. È educazione. Che manca.
Viviamo ancora in una società che insegna alle donne a non provocare, ma non insegna agli uomini a non oltrepassare.
Che dice “scappa”, ma non dice “non inseguire”.
Che chiede a lei di denunciare, ma non a lui di cambiare.
E poi ci stupiamo. Ci indigniamo. Ma tra una lacrima e un talk show, ci dimentichiamo che difendere non basta, bisogna educare.
Non possiamo continuare a mettere cerotti su una ferita che suppura cultura patriarcale.
Non possiamo continuare a dire “non tutte le donne denunciano” senza chiederci perché hanno paura di farlo.
E qui arriva il punto.
Pamela era bella, sì. Ma anche se non lo fosse stata, avrebbe meritato di vivere.
Perché l’amore non uccide. Non controlla. Non possiede.
Forse è ora di riscrivere il finale della storia.
Non più : “C’era una volta una ragazza che si fidava dell’uomo sbagliato”.
Ma:
“C’era una volta una società che smise di giudicare le donne e iniziò a rieducare gli uomini. E, finalmente, vissero tutte. Vive.”
In memoria di Pamela Genini💔


di DANIELA LATANZA
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