In data 30 luglio 2025, personale della Capitaneria di porto – Guardia Costiera, a seguito di una complessa attività di indagine, condotta sotto il coordinamento investigativo della Procura della Repubblica di Taranto, ha posto in esecuzione una Ordinanza di applicazione di quattro misure cautelari emesse dal G.I.P. del Tribunale di Taranto a carico di altrettanti soggetti indagati – in concorso tra loro – al fine di commettere continuative attività illecite finalizzate alla raccolta, trasporto, smaltimento di rifiuti e realizzando plurime condotte di abbruciamento degli stessi.
Questi, in assenza di qualunque autorizzazione, iscrizione, anche con procedura semplificata, così come imposto dalla normativa vigente per l’espletamento di attività di gestione e/o trattamento dei rifiuti, e con la sola iscrizione all’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali nella categoria 4-bis, al fine di trarne indebito guadagno, ponevano in essere,
in associazione tra loro, molteplici operazioni illecite di raccolta, trasporto e smaltimento di ingenti quantità di rifiuti speciali non pericolosi e pericolosi, privi del preventivo necessario e obbligatorio trattamento, ritirati direttamente presso privati o presso attività commerciali e trasportato, con mezzi non idonei, in località Masseria Capitolo in agro di Taranto ove, i rifiuti stessi venivano abbandonati in maniera incontrollata e smaltiti illecitamente mediante abbruciamento per recuperarne, altresì, i residui metallici ai fini della commercializzazione, provocando, altresì, emissioni di sostanze tossiche in atmosfera, gas, di vapore e di fumo atti ad offendere e molestare le persone con grave nocumento per le matrici ambientali e la salute pubblica.


L’intera area (appartenente al pubblico demanio marittimo) che si estende per oltre 10.000 mq, trasformata in una vera e propria discarica abusiva a cielo aperto ove si sono verificati plurimi depositi incontrollati di rifiuti, anche pericolosi, nonché l’illecita e sistematica combustione degli stessi, è stata sottoposta a relativo sequestro e sgomberata da ogni forma di occupazione.
Tra i reati contestati ai quattro indagati, ai quali sono state applicate diverse misure cautelari personali e interdittive (arresti domiciliari, obbligo di presentazione alla P.G. territorialmente competente per il luogo di domicilio ogni giorno alle ore 13.00 e divieto per la durata di un anno di esercitare ogni attività inerente la propria impresa), quelli di
attività di gestione e combustione illecita di rifiuti (art. 256 e 256 bis del decreto legislativo n. 152/2006), di emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti ad offendere e molestare le persone (art. 674 c.p.) e di abusiva occupazione di demanio marittimo (art. 1161 Codice della Navigazione).
Le attività investigative, protratte per mesi da parte del nucleo di polizia giudiziaria della Guardia Costiera di Taranto, hanno consentito, di ricostruire e cristallizzare un dettagliato quadro di responsabilità di notevole complessità con gravi ripercussioni di natura ambientale, ancor più amplificate dal già delicato equilibrio ecosistemico dei luoghi poste ad immediato ridosso dell’area SIN di Taranto.
L’accertata abusiva attività di gestione di rifiuti aveva di fatto trasformato l’area interessata in una vera e propria discarica a cielo aperto non autorizzata, ove si verificavano innumerevoli conferimenti abusivi di rifiuti pericolosi e non, nonché, ancor più allarmante, l’illecita combustione degli stessi, generante grave pregiudizio per l’ambiente
terrestre e atmosferico, data l’ingente mole di rifiuti combusti. La capillare e incessante attività investigativa svolta ha consentito di portare alla luce importanti elementi di prova comprovanti non solo le reiterate condotte illecite compiute
a danno dell’ambiente, tra cui la combustione, in capo ai soggetti già identificati in qualità di esecutori materiali, ma anche il coinvolgimento da parte di terzi soggetti imprenditoriali ritenuti responsabili soprattutto della produzione di rifiuti speciali poi smaltiti illecitamente, colti a riversare rifiuti speciali anche pericolosi (tra di essi ingombranti come frigoriferi/impianti di refrigerazione ( RAEE domestici, e/o professionali fuori uso contenenti clorofluorocarburi” e quindi rientranti nella classificazione dei rifiuti pericolosi), altri elettrodomestici, pneumatici usati, arredi e ingombranti) che venivano, successivamente, sistematicamente combusti.
A ciò si aggiunge la riscontrata assenza, da parte anche della generalità delle ditte effettuanti l’attività di recupero dei rifiuti, di qualunque autorizzazione, iscrizione, anche con procedura semplificata, così come imposto dalla normativa vigente ai fini per l’espletamento di tale attività, da cui è scaturito, sempre su disposizione del GIP, il sequestro
di cinque autocarri illecitamente utilizzati nell’ambito della disarticolata filiera ecocriminale risultante dedita oltre che al conseguimento del profitto derivante dalle varie attività di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti, anche alla vendita dei residui metallici derivanti dalla cernita dei rifiuti combusti, in spregio alle norme di riferimento
stabilite dalla Direttiva 2008/98/CE, recepita in Italia con il decreto legislativo n. 152/2006, che stabilisce i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste) e le successive disposizioni stabilite dal Regolamento (UE) n. 333/2001.
Per gli indagati vige, comunque, il principio di presunzione di innocenza fino a pronuncia di sentenza definitiva di condanna.
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