LE EMOZIONI DI “EASY TO REMEMBER”

La recensione - Grande teatro al Tatà con la Compagnia Ricc/Forte

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Una serata di grandi emozioni. Uno spettacolo di alta qualità. Nell’ambito della rassegna “Periferie” , del teatro Tatà, è salita sul palcoscenico la compagnia Ricci/Forte che ha portato in scena “easy to remember”.

Grandi rappresentanti di un teatro contemporaneo fortemente simbolista, hanno voluto portare in scena la vita e le emozioni nascoste della grande poetessa russa Marina Cvetaeva. In scena due donne, Anna Gualdo e Liliana Laera, una  immobile sulla sua sedia a rotelle, l’altra la sua infermiera; anche se durante lo spettacolo non si può non notare come l’infermiera possa rappresentare il suo doppio nella scena. La scenografia strutturata come una sterile stanza ospedaliera, il total white quasi accecante, evidente anche dai costumi di scena, viene brevemente interrotto da una piccola distesa di fiori gialli, i quali vengono gettati fuori da una bara di legno chiaro e messi in ordine come un tappeto.

Le due donne indossano la calaca, tipica maschera messicana, quasi a voler mettere in evidenza l’idea della morte non come lutto e quindi evento doloroso, ma come una festa, una liberazione da un corpo che è solo terreno: “La vita è solo una stazione, presto me ne andrò, dove – non so dire” questo voleva dire la Cvetaeva nelle sue poesie. La famosa “quarta parete” che può essere solo immaginata, in questo caso viene resa realmente visibile, un telo separa le due donne dal pubblico, proprio per creare quella distanza che la stessa Cvetaeva provava quando scriveva le sue poesie, incomprensione. Ma allo stesso tempo libertà di parole, di pensiero,  di espressione, grande maestra del movimento  simbolista, le sue opere non vengono ben viste dal regime staliniano.

Ma sulle note di Party girl di Michelle Gurevich, i monologhi, magistralmente espressi dalle due attrici, si alternano con il sipario di lastre ai raggi X di ossa, bacini, spine dorsali danneggiate a voler richiamare i danni fisici che solo una guerra poteva dare. Le due donne si struccano a vicenda dalle maschere scheletriche e tornano ad essere unicamente loro stesse, piene di paure e incongruenze.

L’uso magistrale delle parole è evidente anche nelle lettere che Marina inviava alla figlia durante la guerra, le quali non avevano bisogno di essere recitate per trasmetterne la vera potenza, bastava leggerle sullo sfondo del palco con sottofondo le bombe, per capire che la guerra passa, le parole restano.

La vita della poetessa è stata segnata dal dolore. Perde la prima figlia in un orfanotrofio,  la seconda viene deportata nei gulag e perde il marito il quale viene fucilato dall’NKVD, rimanendo quindi sola con il figlio Mur, che le darà non pochi problemi. Infatti il figlio nella visione di Ricci/Forte viene rappresentato come un burattino con la voce cupa,  il quale incolpa la madre di non essere stata molto presente materialmente, accusandola di essere troppo legata alle parole, alle sue poesie. “Non sai contare…fallo!” , avremo qui il dualismo di una donna ormai inchiodata sulla sedia a rotelle che conta lentamente mentre il suo doppio si scatena sotto le note di “Hardwired” dei Metallica. Ormai la vita ha tolto tutto a Marina, i figli, il marito, il lavoro, staccarsi da questa terra è per lei, l’unica soluzione di libertà. Un filo rosso verrà legato alla sua sedia a rotelle e lei alzandosi salirà in punta di piedi sulla bara piena dei suoi ricordi scrutando il fondo della sala, forse un mondo diverso un mondo nuovo, dove le donne sono libere davvero di essere, di esistere, di non sottomettersi perché donne, o peggio perché poetesse”, Mia madre mi diede il nome di una poetessa …..Marina, quale peggiore desiderio di un genitore, per un figlio diventare un poeta”.

Sotto le note di un tango Marina libera si ricongiunge con il suo doppio e balla e ride come forse non aveva mai  fatto nella sua vita, i fiori gialli vengono sparsi per tutto il palco unica nota di vera dolcezza e allegria in uno spettacolo volutamente cupo e tetro di sentimenti. Una donna che rincorreva l’amore, senza riuscire a raggiungerlo.

Easy to remember, facile da ricordare quando tutto è vero. Bello brutto, facile difficile, felice doloroso,  ma difficile da dimenticare.

Anna Gualdo, Liliana Laera hanno portato in scena una forte interpretazione della  vita di una donna, forse poco conosciuta, che ha voluto dare attraverso le sue poesie una nuova visione della vita,una nuova libertà. Sono riuscite a dare forma e spazio a pensieri semplici ma allo stesso tempo complicati. Scelta delle musiche coerente e di grande impatto e costruzione registica forte e lineare. Non gradito l’utilizzo dei microfoni a supporto della recitazione.

Unica nota storta in questo quadro di passioni, la poca partecipazione di pubblico: probabilmente un teatro così estremamente contemporaneo è ancora troppo di nicchia per il pubblico tarantino.

(Francesca Leo)

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