La Corte d’Appello di Lecce, Sezione Lavoro, ha riconosciuto lo status di vittima del dovere in favore di un militare originario di Grottaglie, deceduto nel 2015 all’età di soli 38 anni a seguito di una grave patologia ematologica insorta dopo il servizio prestato in Kosovo.
E’ quanto annunciano, in una nota, gli avvocati Massimo Spagnulo, Ciro Santoro e Maria Santoro che hanno seguito la vicenda sin dal primo grado..
La prematura scomparsa del giovane servitore dello Stato aveva profondamente colpito la comunità grottagliese. Dopo aver prestato servizio nel prestigioso 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti «Col Moschin», il militare era transitato nei ruoli della Polizia di Stato.
Nel corso della missione internazionale in Kosovo, egli aveva operato in un contesto caratterizzato dal rischio di esposizione a uranio impoverito e nanoparticelle. Dopo il decesso, i genitori hanno intrapreso un lungo e complesso percorso giudiziario per ottenere il riconoscimento dei benefici previsti dalla normativa in favore delle vittime del dovere e dei soggetti equiparati.
Nonostante il rigetto della domanda da parte del Tribunale di Taranto, i difensori hanno proposto appello, insistendo sulla rilevanza delle condizioni ambientali e operative della missione, delle risultanze medico-legali e del nesso concausale tra il servizio prestato e la patologia che aveva condotto al decesso.
La Corte d’Appello di Lecce ha accolto l’impugnazione, riformando integralmente la sentenza di primo grado e riconoscendo ai familiari il diritto alle provvidenze economiche previste dalla legge.
La pronuncia – sottolineano i tre difensori – riveste particolare rilievo poiché conferma che, nelle patologie multifattoriali, il nesso con il servizio può essere riconosciuto anche sotto il profilo concausale, quando emergano elementi significativi quali l’esposizione a scenari operativi contaminati, la giovane età del militare, l’assenza di fattori predisponenti e le peculiarità del teatro di missione.
La decisione rappresenta un importante risultato sotto il profilo umano e professionale e costituisce, al tempo stesso, un segnale significativo per tutti i militari italiani impegnati nelle missioni internazionali e per i loro familiari, spesso chiamati ad affrontare lunghi percorsi amministrativi e giudiziari per ottenere il riconoscimento di diritti fondati sul servizio reso allo Stato.

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