CONFARTIGIANATO: “RAGIONIAMO INSIEME SUL FUTURO DI TARANTO”

LE PAROLE DEL SEGRETARIO PAOLILLO: "ANCHE L'ARTIGIANATO PUO' FORNIRE RISPOSTE OCCUPAZIONALI"

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Riceviamo e pubblichiamo un intervento del segretario di Confartigianato, Taranto Fabio Paolillo sulla crisi siderurgica e il futuro della città. Molte risposte-dice-possono arrivare dall’artigianato.

 

E’ gia accaduto in passato di trovarci davanti a decisioni importanti, bivi determinanti per il futuro

sociale ed economico del territorio, purtroppo quasi sempre in coincidenza con i guai del

siderurgico. Il ritrovarci in queste condizioni significa che le precedenti occasioni le abbiamo

sprecate tutte, non siamo stati in grado di determinare nulla, annegando nei compromessi, false

promesse, illusioni e ricatti. Questa è un’opportunità per fare finalmente i conti con le cause che

hanno reso questa comunità asfittica, incapace di decidere con la propria testa, di analizzare le

situazioni nel complesso, così ferocemente e ciecamente aggrappata alla mammella occupazionale

dell’industria pesante. La realtà è che c’è una lunga forte crisi internazionale dell’acciaio e che ci

ritroviamo un enorme anacronistico siderurgico, fortemente malandato, tecnologicamente e

ambientalmente obsoleto e quindi non più competitivo, buona parte non a norma, pericoloso e

quindi sotto sequestro della magistratura, e zeppo di manodopera per una produzione che non c’è

più e che non potrà esserci più in queste condizioni, forza lavoro che dovrà essere ridotta (si dice)

quasi del 50% (se ci va bene) con l’utilizzo dei forni elettrici. Allora è necessario che questo territorio,

in ogni contesto, faccia finalmente i conti con la realtà, discutendo, confrontandosi, per capire tutto

quello che c’è da capire e decidere coinvolgendo tutti, senza pressioni e senza condizionamenti, su

obiettivi certi che abbiano cronoprogrammi con scadenze e risorse certe. Ed a nostro avviso, come

contributo alla discussione, deve farlo con una visione complessiva sociale ed economica del

territorio, anche perché non sono ancora pubblici elementi chiave come chi e quando ci mette le

risorse/realizzazione e la quantificazione degli esuberi derivanti dalla nuova tecnologia.

Confartigianato non si accoda al coro di quelli che egoisticamente invocano leggi speciali e poteri

straordinari per i commissari (storia tra l’altro già vista, compreso i risultati), anzi, prova a dare una

visione più allargata alla vertenza, per tenere insieme la produzione dell’acciaio con gli altri settori

economici che occorre salvare e sviluppare, per percorrere il solco della diversificazione economica

per la quale sono stati stanziati centinaia di milioni euro a disposizione del territorio.

Si è purtroppo constatato che la priorità data all’industria pesante ha portato ad un declino e

rallentamento dello sviluppo dell’agricoltura, del commercio, del turismo, dell’artigianato e della

blue economy. L’industria pesante ha assorbito diverse risorse importanti, tra cui enormi spazi

condizionando lo sviluppo urbano ed economico in modo disordinato, l’acqua, immense risorse

finanziarie, ingente manodopera, mettendo in grave difficoltà gli altri settori, e con un impatto

significativo sull’ambiente, inquinando l’aria, il mare, le falde, la terra, con conseguenze di ogni tipo

per tutti. Tutto ciò non lo dice Confartigianato, ma è chiaramente riportato sul sito del Ministero

dell’Ambiente, nella scheda SIN, area di interesse nazionale di Taranto, classificata come

contaminata e pericolosa, con una estensione di 4289 a terra e 6872 a mare, divisi tra Taranto

e Statte, che ricomprende oltre ai grandi insediamenti industriali e il porto, i mari, anche “zone di

notevole pregio naturale e paesaggistico”. Una zona immensa sottratta allo sviluppo sociale ed

economico del territorio dalla quale ne è altamente condizionata.

E’ evidente quindi la necessità di un approccio equilibrato allo sviluppo economico, che non può

più prevedere il privilegio di un settore a scapito degli altri, o non considerare le conseguenze sociali

ambientali ed economiche che ne derivano.

Il Governo fa il governo, con una visione d’interesse nazionale per la produzione dell’acciaio,

prevedendo degli obiettivi complessivi di produzione italiana, dando una prelazione a Taranto, con

un lungo percorso di decarbonizzazione a tappe, con la possibilità di avere un pacchetto completo

di forni elettrici e DRI (con nave rigassificatrice in porto), anche se condizionato alle esigenze della

nuova azienda che acquisterà lo stabilimento. Il siderurgico sembrerebbe salvo. Ma il siderugico non

è tutto.

In tutta questa estenuante vertenza manca ancora una volta un parallelo essenziale che

semplificherebbe sicuramente il confronto e amplierebbe gli obiettivi e soprattutto i beneficiari: le

bonifiche. Si perché negli ultimi vent’anni sono stati sfornati piani, progetti, protocolli d’intesa,

lettere d’intenti, accordi di programma e commissari, ma le bonifiche quando si faranno? Ci viene

detto che le bonifiche a Taranto sono un investimento strategico per il futuro della città, non solo

per garantire un ambiente sano e una migliore qualità della vita ma, anche per rilanciare l’economia

locale e creare nuove opportunità di sviluppo sostenibile, liberandosi dalla monocultura

dell’industria pesante. Bene, allora? Sbaglia chi dice che se chiude lo stabilimento, Taranto sarà

come Bagnoli. Taranto è già come Bagnoli, perché questo territorio è già gravemente

immensamente contaminato e pericoloso per i veleni che sono stati sparsi, ed il fatto di mantenere

in esercizio la fabbrica o chiuderla non cambierebbe le cose. E per la cronaca, a Bagnoli le opere di

bonifica della terra e del mare sono iniziate da qualche anno e, fortunatamente per loro procedono,

con finanziamenti ed operai al lavoro, e con questo Governo.

Allora questa nazione ha dimostrato che quando ci sono grosse emergenze le cose si possono fare

bene e velocemente (vedi Giochi del Mediterraneo). Siccome i forni elettrici li installano da anni in

tutto il mondo, e non ci vogliono 7 anni per costruirli ma al massimo 3, e possono essere costruiti

contemporaneamente, (i tempi e le modalità di decarbonizzazione dell’acciaieria di Port Talbot in

Galles possono esserci da esempio), occorre investire subito per ridurre il cronoprogramma, altro

che rimettere in marcia gli altri altiforni! E per la bomba occupazionale e l’indotto, siamo realisti: sia

per i lavoratori diretti che per gli indiretti dell’indotto (ormai ridotto quasi interamente a imprese

che forniscono manodopera e gli autotrasportatori locali hanno quasi tutti saggiamente

diversificato) se ne sta facendo carico lo Stato, anzi pensiamo a non buttar via soldi con formazione

generica, non servono pezzi di carta. Serve invece formare in bottega gli esuberi, per quelle tante

attività e settori che non riescono più a trovare manodopera. Solo nell’artigianato ci sono

potenzialmente 10mila posti di lavoro disponibili, anche come autoimprenditorialità. E’ in questi

casi che si devono produrre norme che facilitano e sostengono la rioccupazione.

Allora qualcosa sembra stia cambiando nel dibattito in città, si deve discutere, con serenità,

consapevolezza e serietà, con i nostri rappresentanti comunali e parlamentari, ai quali chiediamo

coraggio e lungimiranza nelle decisioni che devono finalmente riguardare l’interezza della comunità

e dell’economia del territorio.

Una preghiera finale. Qualsiasi cosa si andrà a fare, essendo nuove infrastrutture, almeno non si

ripeta il tragico errore di costruirle al confine col centro abitato ma si costruiscano esattamente

dall’altra parte dell’immensa area dello stabilimento, diversi chilometri distante dai centri abitati.

Fabio Paolillo

Segretario generale Confartigianato Taranto

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