Scoppia la bomba sul caso ex Ilva, alla vigilia del vertice a Palazzo Chigi di martedì 28 luglio tra Governo e sindacati sul futuro del gruppo siderurgico.
La sezione impresa della Corte d’Appello di Milano ha stabilito, con decreto, che l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto deve essere chiusa entro 90 giorni, a causa della presenza di amianto e delle emissioni di polveri sottili superiori a limiti di legge. Nel decreto a firma della giudice Marianna Galioto è stabilito come la sospensione dovrà durare fino a quando non verrà “rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti” e non saranno adottate “le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all’anno”. La Corte ha quindi accolto la richiesta di inibitoria presentato dal comitato Genitori Tarantini, assistito dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano.
Per la Corte, “Le domande dei cittadini, non possono essere considerate generiche, perché sono state puntualmente dedotte le ragioni in base alle quali la gestione dello stabilimento genera il rischio di danno alla salute, con specifico riferimento, tra l’altro, a svariate e individuate sostanze nocive”.
Sottolineata anche “l’inadeguatezza, tempo per tempo, degli accorgimenti utilizzati da Ilva per scongiurare il pericolo di malattie legate all’inquinamento” e “le ingiustificate dilazioni nella realizzazione di interventi idonei a scongiurare i rischi”.