ILVA, IL TEMPO E’ SCADUTO: A TARANTO SI PREPARA LO STOP DELL’AREA A CALDO

La Corte d'Appello ha respinto i ricorsi. I nuovi scenari

Il conto alla rovescia è ripartito. La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto l’istanza presentata da Acciaierie d’Italia e da Ilva in amministrazione straordinaria per sospendere l’esecutività del provvedimento che impone la fermata dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto.

La conseguenza è immediata: lo stop dell’area a caldo resta confermato e dovrà essere attuato entro il 28 ottobre 2026.

Il vero rischio è ciò che accadrà dopo

La decisione dei giudici chiude, almeno per il momento, la strada della sospensione cautelare chiesta dalle società.

Ora la questione passa inevitabilmente dalla giustizia alla politica industriale.

Il punto più delicato riguarda la possibilità di riavviare gli impianti dopo la fermata. Secondo quanto sostenuto da Acciaierie d’Italia, lo spegnimento progressivo degli altoforni potrebbe compromettere la possibilità di una successiva ripartenza nelle condizioni attuali. È uno degli elementi che rendono la decisione particolarmente pesante sul piano industriale.

Da qui alla fine di ottobre si apre dunque una fase decisiva: il governo dovrà governare la fermata, tutelare l’occupazione e, contemporaneamente, dare concretezza al progetto di trasformazione dello stabilimento.

Non è più soltanto una vertenza sull’acciaio

La vicenda dell’ex Ilva non può più essere letta esclusivamente attraverso la domanda “altoforni sì o altoforni no”.

La partita è diventata molto più ampia.

Da una parte c’è la necessità di garantire la produzione siderurgica nazionale e salvaguardare migliaia di posti di lavoro. Dall’altra c’è una decisione giudiziaria maturata nell’ambito di un procedimento che ha posto al centro il diritto alla salute e le criticità ambientali dello stabilimento.

La Corte d’Appello ha confermato la necessità di fermare l’area a caldo. E questo obbliga ora il sistema industriale e politico a misurarsi con una domanda che da anni viene rinviata: quale siderurgia vuole avere Taranto nei prossimi decenni?

Lo scenario della decarbonizzazione

Sul tavolo del governo c’è una prospettiva precisa: trasformare progressivamente il modello produttivo attraverso la decarbonizzazione e l’utilizzo di forni elettrici alimentati con DRI, il preridotto del ferro.

È una trasformazione radicale rispetto al ciclo integrale basato sugli altoforni alimentati a carbone. E proprio per questo non può essere realizzata in poche settimane.

Il rischio è rappresentato dalla fase di transizione: spegnere l’attuale modello produttivo prima che quello nuovo sia pienamente operativo.

È questo il vuoto che Taranto teme maggiormente.

Perché tra la fermata dell’area a caldo e la realizzazione di un nuovo polo siderurgico decarbonizzato potrebbero trascorrere anni. E ogni mese di incertezza può avere conseguenze sull’occupazione, sull’indotto e sull’intero tessuto economico della provincia.

L’indotto è già in allarme

Il primo effetto sociale della crisi si è già manifestato.

Ventotto imprese dell’indotto associate ad Aigi avevano avviato procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori. Nei giorni scorsi, dopo l’intervento del governo, le procedure sono state temporaneamente sospese.

Ma si è trattato di una tregua, non della soluzione del problema.

La decisione dei giudici rischia ora di far ripartire la pressione sull’indotto.

E il punto è particolarmente delicato: dietro la grande fabbrica esiste una rete di imprese che vive di manutenzione, trasporti, servizi industriali, movimentazione e attività direttamente collegate al ciclo siderurgico.

Se la produzione si riduce drasticamente, la crisi rischia quindi di propagarsi rapidamente dall’interno dello stabilimento verso l’economia del territorio.

Tre scenari per Taranto

1. La fermata e la transizione verde

È lo scenario che il governo potrebbe cercare di trasformare in una nuova fase industriale.

L’area a caldo viene progressivamente fermata e contemporaneamente vengono accelerati gli investimenti per i forni elettrici e il DRI.

In questo caso la parola chiave sarebbe transizione: non la chiusura definitiva della siderurgia tarantina, ma il superamento del vecchio ciclo produttivo.

Il problema sono i tempi e le garanzie. Occorrerà evitare che la transizione si trasformi in una lunga fase di inattività.

2. L’emergenza occupazionale

È lo scenario più immediato e probabilmente quello che preoccupa maggiormente lavoratori e sindacati.

Se la fermata dell’area a caldo dovesse tradursi in una significativa riduzione delle attività, il primo fronte a risentirne sarebbe quello dell’indotto.

Le procedure di licenziamento sospese nei giorni scorsi potrebbero tornare sul tavolo, mentre diventerebbero centrali gli strumenti di sostegno al reddito e le misure per accompagnare i lavoratori verso la nuova configurazione industriale.

La questione, a quel punto, non sarebbe più soltanto “salvare l’ex Ilva”, ma evitare che la crisi industriale diventi una crisi sociale.

3. Il rilancio con una nuova governance

Il terzo scenario è quello più ambizioso: utilizzare la crisi per arrivare a un nuovo assetto proprietario e industriale.

Il governo ha lasciato aperta anche la possibilità di una partecipazione pubblica, purché inserita in un piano industriale credibile. Al centro dovrebbe esserci la trasformazione green del siderurgico.

Sarebbe una scelta molto diversa rispetto ai tentativi del passato: non limitarsi a mantenere in vita lo stabilimento, ma costruire un nuovo progetto industriale attorno a Taranto.

Il paradosso di Taranto

La città si trova davanti a un paradosso difficile da sciogliere.

Per decenni ha chiesto di ridurre l’impatto ambientale della grande industria. Oggi una decisione giudiziaria impone la sospensione dell’attività dell’area a caldo proprio per ragioni legate alla tutela della salute e dell’ambiente.

Ma lo spegnimento del vecchio ciclo produttivo rischia contemporaneamente di mettere in crisi il lavoro di migliaia di persone.

Salute e lavoro non possono essere messi ancora una volta l’uno contro l’altro.

La vera sfida dovrebbe essere riuscire a costruire una terza strada: una siderurgia capace di produrre, occupare e competere senza riprodurre il costo ambientale del passato.

Le prossime settimane saranno decisive

La data del 28 ottobre diventa ora il principale riferimento del calendario industriale tarantino.

Ma il tempo reale potrebbe essere ancora più breve. Secondo quanto riportato nelle ultime ore, l’esaurimento delle materie prime disponibili potrebbe rendere necessario l’avvio progressivo delle operazioni di spegnimento già nelle prossime settimane.

Nel frattempo, governo, commissari, sindacati, imprese e potenziali acquirenti dovranno definire un percorso che finora è rimasto troppo spesso sospeso tra annunci e rinvii.

La partita non riguarda più soltanto il destino di un impianto.

Riguarda il futuro industriale di Taranto e, in parte, quello della siderurgia italiana.

Il provvedimento dei giudici ha stabilito cosa deve fermarsi.

  • Adesso spetta alla politica e all’industria dimostrare che cosa può ripartire.
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