Sarà rifatta la gara per vendere l’ex Ilva a un nuovo investitore privato dopo i due bandi lanciati a luglio 2024 e ad agosto 2025. Sarà rifatta perché con il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha stabilito la chiusura in 90 giorni dell’area a caldo a Taranto, poiché inquina ed è nociva per la salute e l’ambiente con le polveri sottili e l’amianto, la stessa area a caldo ha ormai il destino segnato. Né è tecnicamente possibile, secondo Acciaierie d’Italia, rimuovere l’amianto ancora presente nel siderurgico di Taranto entro 3 mesi così come stabiliscono i giudici di Milano.
Ma il fatto che l’area a caldo non abbia più prospettive, non può significare che l’industria smobiliti su Taranto generando migliaia di esuberi e anche contraccolpi pesanti negli altri siti: Genova, Novi Ligure e Racconigi. Questa, in sintesi, la conclusione del vertice di oggi a Palazzo Chigi sull’ex Ilva, durato circa tre ore e mezzo, presenti il sottosegretario alla presidenza, Mantovano, i ministri Giorgetti, Urso e Calderone, i commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia e i sindacati Fim, Fiom, Uilm, Usb e Ugl.
La via d’uscita individuata oggi alla smobilitazione e alla chiusura dell’area a caldo si chiama piano straordinario. Al momento, però, è solo un nome. I contenuti sono ipotizzati, nuovo bando di gara, strumenti di sostegno per i lavoratori compresi gli ammortizzatori sociali, nuovi investimenti nell’area di Taranto, ma nel concreto non esistono. Li comincerà a individuare e a mettere insieme un tavolo tecnico che già martedì terrà al Mimit la prima riunione, presenti ministeri, sindacati ed enti locali. In attesa che questo piano prenda forma, nessuna azione di avvio di spegnimento dell’area a caldo sarà effettuata. Ci sono 90 giorni di tempo prima dello stop decretato dai giudici, hanno detto i sindacati nel vertice, e allora prendiamoceli tutti per mettere in campo alternative e soluzioni.
Si parte da questo punto: se l’area a caldo a Taranto non ci sarà più, è evidente che il numero degli esuberi aumenterà e andrà oltre quelli che già si temevano con l’avvento dei forni elettrici al posto degli altiforni. Di qui, dunque, la necessità di un piano straordinario di investimenti alternativi in grado di assorbire la manodopera in eccesso, di strumenti in grado di tutelarla socialmente nel frattempo, ma anche di andare punto a capo con il bando di vendita dell’ex Ilva.
E non a caso non si è parlato dell’offerta del gruppo indiano Jindal, che pure era in posizione avanzata per l’acquisizione del gruppo, né della proposta rilanciata dal fondo americano Flacks attraverso la nuova società Flacksider. E non lo si è fatto perché se sino a ieri sembrava possibile affidare l’ex Ilva a Jindal, oggi lo è decisamente meno visto che la gara metteva sul mercato sia l’area a caldo che quelle a freddo. Ma nel vertice non si è parlato nemmeno della possibilità di impugnare il decreto della Corte d’Appello. È una eventualità da studiare e fonti vicine ad AdI dicono che nessuna decisione è stata presa al riguardo.